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KARATE, QUANDO LA DIFFICOLTA’ AIUTA A SVELARE SE STESSI

Insieme di principi tecnici ed aspetti spirituali, la millenaria Arte Marziale propone all’uomo contemporaneo i mezzi per affrontare un mondo sempre più complesso.

La sapienza popolare vuole che la medicina amara sia anche quella che faccia più bene. Tuttavia, visto che non è gradevole, la si tiene nel cassetto per usarla solo in casi eccezionali, quando proprio non se ne può fare a meno. Lo stesso destino, più o meno, sembra essere riservato al Karate tradizionale. Considerato sport difficile, di sacrificio e di poche soddisfazioni, nell’ultimo decennio ha perso il suo ruolo di fenomeno di massa, sostituito in questo da discipline più facili. Nate come costole delle Arti Marziali, soprattutto del Judo, del Ju Jutsu e del Goshin-do, Continua a leggere KARATE, QUANDO LA DIFFICOLTA’ AIUTA A SVELARE SE STESSI

Fine Corso

E anche quest’anno siamo arrivati alla fine del corso, anche se le lezioni dureranno ancora qualche giorno, fino alla fine del mese.

Anche quest’anno è stata fatta la foto di “rito” un modo per salutarci e darci l’arrivederci all’anno prossimo, sperando di essere sempre più numerosi.

Fine Corso Luglio 2016
Fine Corso Luglio 2016

Alla prossima, ma ricordate gli articoli non si fermeranno

Un Allievo

Il Karate come percorso culturale

L’allenamento nel Dojo è la porta d’accesso ad un mondo dalle grandi potenzialità psicofisiche. Per apprezzarle a pieno è necessario studio e tanta costanza.

La lezione di Karate è quanto di più fisico si possa immaginare. Si comincia con la ginnastica di riscaldamento per poi passare alle tecniche, a colpi di mano e di piede. Ma è davvero tutto qui? “Ni”, si potrebbe rispondere, perché se è vero che il Karate, come Arte Marziale e come Sport, si esprime a livello corporale, è altrettanto vero che senza un accurato studio della tecnica i colpi si tradurrebbero in una mera sequenza di calci e pugni, che finirebbero per fare male già a colui che li esegue. Un pugno, più o meno, sappiamo tutti come tirarlo e si potrebbe perfino dire che è un movimento spontaneo, ma lo tsuki, il colpo con la mano chiusa proprio del Karate, presuppone studio ed applicazione se vuole essere efficace. Come qualsiasi altra tecnica, esso è il frutto di un lavoro di perfezionamento biomeccanico che rimonta ai primordi della storia della disciplina ed in quanto tale esso è lo strumento attraverso cui si tramanda una cultura millenaria.

È per questa ragione che, per gli allievi di qualsiasi età e cintura, l’apprendimento non termina alla fine della seduta di allenamento, ma trova nei libri un essenziale complemento. Continua a leggere Il Karate come percorso culturale

Arti Marziali e Cinture

La prima cosa che si è soliti chiedere quando si incontra qualcuno che pratica arti marziali è “che cintura sei?”. La domanda è spontanea, automatica quasi, ed evidenzia il diverso approccio mentale che abbiamo noi occidentali nei confronti delle discipline marziali. In virtù della nostra mentalità classificatoria, tendiamo ad identificare le persone in base a precisi attributi, tra i quali il grado è uno dei più usati. Nel nostro caso, la cintura (Obi in giapponese) è interpretata come “segno” dell’abilità tecnica di quella persona, della sua capacità di difendersi ed attaccare un avversario. Un giapponese, però, non ne farebbe la nostra stessa lettura. Infatti, anche se introdotto nel Budo (termine che designa le arti marziali con fine pacifico) solo in età moderna, il sistema gerarchico delle cinture  (kyu-dan) ha conservato, e conserva tuttora, una profonda connessione con la tradizione filosofica e spirituale.

In Giappone, per un praticante di Judo, Karate, Aikido, la conquista della cintura nera, ad esempio, Continua a leggere Arti Marziali e Cinture

Shintai (movimenti del corpo)

Nella pratica del Karate, durante l’allenamento, eseguiamo migliaia di movimenti del corpo, ma ne conosciamo il loro nome e significato. Di seguito riporto un estratto del libro del maestro Berengario sull’argomento.

SHINTAI

Gli Shintai sono tecniche di spostamento del corpo con scivolamento dei piedi al suolo.

  • Taiju no Ido: spostamento del peso del corpo da un piede ad un altro, ad esempio da Shomen Daschi a Zenkutsu Dachi.
  • Ayumi Ashi: fare un passo avanti o indietro normalmente, ad esempio Hidari Hanmi Gamae o Migi Hanmi Gamae
  • Tsugi Ashi (tsugi = a seguire): piede scaccia piede
  • Tsurikomi Ashi (tsuri = sollevare): un piede davanti all’altro per ritornare alla guardia iniziale
  • Yori Ashi: Spostamento in avanti del piede anteriore per primo. Il posteriore segue.
  • Nijiiri Ashi: scivolare con entrambi i piedi
  • Kaiten: rotazione
  • Choyaku: saltare
  • Kagami: abbassarsi

 

Spero che sia cosa gradita e al prossimo articolo.

Un allievo

Che ne sarà del Karate?

Un altro articolo del M° Berengario, lo riporto così come lo ha pensato Lui.

 

Che ne sarà del karate?

Osservando da vicino il panorama offerto dalla disciplina, con gli occhi di chi la ama e le ha dedicato tutta la sua vita, questa domanda sorge dal profondo del cuore. Il suo presupposto non è la nostalgia dei bei tempi andati, che spesso e volentieri mitizzano un passato mai esistito. Il karate praticato e insegnato cinquanta anni fa, quando qualche coraggioso l’ha introdotto in Europa, non brillava per cultura e varietà di tecniche. Il fascino della nuova disciplina richiamava nelle palestre frotte di neofiti e, vista la generalizzata mancanza di “esperti”, non si trovò di meglio che trasformare in maestri di karate le cinture nere di altre arti marziali grazie ad un breve corso. Rispetto a quanto codificato dai fondatori del karate moderno, Funakoshi e Otsuka su tutti, quella disciplina era la parente povera, sia dal punto di vista tecnico che da quello culturale, poiché basata meramente sulla forza. La successiva diffusione dei film di Bruce Lee ha alimentato l’immagine caricaturale di una disciplina di calci e cazzotti. Grazie ad un lavoro capillare durato decenni, fatto di studio, esercizio e riflessione, il patrimonio tramandato dai fondatori è stato riscoperto, assimilato e valutato in funzione del suo enorme contenuto. Kata e Bunkai, Ohyo e Kihon Kumite,  Waza e Taoshi Waza, Itori e Tanto Tori non sono solo tecniche di difesa e attacco, ma il punto di approdo di una cultura millenaria che ha fatto delle arti marziali il veicolo di trasmissione della sua filosofia e delle sue conoscenze.

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Il Karategi

L’abito che usiamo per allenarci lo chiamiamo in molte maniere, chimono, karate-gi, semplicemente “gi”, e non riporto i nomi che ho sentino nei vari anni di allenamento, alcuni sono davvero imbarazzanti.

Ma sappiamo come si chiamano le varie parti del nosto Karategi? Di seguito un immagine con i nomi delle parti del karategi.

karategi
Il Karategi

Potete anche scaricare il PDF per conservarlo da questo link

Buona lettura e studio.

E fino al prossimo articolo vi saluto.

Un allievo

Un’Arte non uno sport

L’Arte del karate si discosta totalmente dal concetto di sport fine a se stesso, essendo basata su valori morali e regole di vita non applicabili solo all’ambito dell’arte marziale ma anche e soprattutto a quello quotidiano.

Intendere questi principi come un regolamento da usare allo scopo di vincere scontri e gare, significa sminuire la concezione di un’arte  nata per essere una via per lo spirito, un esempio di rettitudine.

Il karate non è un privilegio di chi lo pratica, ma un arte al servizio di chiunque voglia coltivare il proprio spirito e liberare la propria mente.

Maestro Berengario

Itori

Con questo articolo voglio continuare con un pochino di tecnica e tradizione, parlando degli Itori, senza dilungarmi troppo cominciamo con una spiegazione dettagliata e alla fine con un link scaricabile dove troverete il primo Itori

Gli Itori

Il gruppo degli itori è quell’insieme di esercizi che prendono avvio dalla posizione seiza, cioè seduti in ginocchio sui talloni. Usualmente vengono considerati uno dei lasciti più evidenti della precedente frequentazione del jujutsu da parte del fondatore del wado, essendo il te originariamente privo di simili applicazioni; inoltre, essendo utilizzata come postura base nelle tecniche di meditazione, ha finito col trasmettere di sé un’immagine ed una funzione quasi spirituali sebbene non sia un esercizio vero e proprio. In effetti, ad un neofita o ad un osservatore esterno con il loro aspetto cerimonioso, con la gestualità rigidamente formalizzata e con quella elegante etichetta che conduce ad inginocchiarsi senza goffaggine oppure ad avanzare inginocchiati facendo leva sui pugni (movimento piuttosto caratteristico detto shikko) potrebbero anche apparire come un prodotto proveniente direttamente dall’ambiente raffinato dei samurai dell’epoca Edo, ossia il periodo storico tra il 1600 ed il 1800 a cui in genere viene fatto risalire lo sviluppo e la diffusione di queste tecniche. In realtà il termine seiza equivale semplicemente al nostro sedersi compostamente, cioè piegare le gambe posando il sedere su di un sostegno con buona educazione: in questo contesto il sostegno sono i talloni. E’ solo una postura, a cui è opportuno abituarsi lentamente e non un esercizio sadico con cui brutalizzare ginocchia e caviglie non assuefatte a quel tipo di etichetta sociale; tanto meno va considerata come una prerogativa del karate o delle arti marziali e neppure una esclusiva delle discipline attinenti la filosofia zen, in cui viene chiamata zazen. Abitudine comune in tutto l’estremo oriente, essa va inquadrata all’interno delle consuetudini tipiche di una società che, ancora oggi, non ha abbandonato del tutto l’uso tradizionale di sedersi a terra a favore dell’uso della sedia di tipo nostrano. Da questo ambiente scaturisce l’abitudine di stare seduti in ginocchio sui talloni. Dal punto di vista pratico, infatti, la posizione in seiza non offre alcun vantaggio o beneficio specifici in termini di allenamento o salubrità: a parte il fatto di avere la schiena dritta e le caviglie in estensione, è solo un modo educato di stare seduti.

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Tachi Tori

Nel Karate, oltre alla parte agonistica esiste, e da maggior tempo, anche la parte tecnica con movimenti codificati destinati all’apprendimento. In questo articolo vi vorrei parlare dei Tachi Tori, tecniche di difesa da attacco di spada, comincio con riportarvi una introduzione sulla loro forma e nascita.

Tachi Tori

A causa della sua fama leggendaria, la sciabola giapponese dall’elegante ed inconfondibile profilo rischia di proiettare un’ombra piuttosto ingombrante su tutto quel gruppo di esercizi in coppia che prendono nome dalla spada con cui tradizionalmente sono eseguiti(cioè la tachi) e che spesso finiscono con l’essere fraintesi con la via della spada tout court proprio a causa del fascino magnetico emanato dalla cultura e dalle tradizioni che la riguardano e che rischiano facilmente di far perdere il filo del discorso e l’orientamento a causa di tradizioni suggestive e storie vere ammantate di leggenda. Tra tutti gli esercizi del wado ryu, in effetti, quelli con la tachi appaiono come quelli che sembrano maggiormente strizzare l’occhio alla tradizione tanto che più di qualcuno si è posto la domanda di quale senso possa avere in pieno ventunesimo secolo la pratica della difesa a mani nude contro gli attacchi di spada oppure l’idea stessa di inserirle all’interno di un sistema di autodifesa. Poiché, anche a voler tralasciare le critiche e le perplessità circa la realizzabilità di un’autodifesa in simili circostanze (a cui si è accennato in precedenza a proposito dei tanto tori), basterebbe la scienza statistica a sconsigliarlo: dato che le aggressioni da spada, al giorno d’oggi, incidono davvero poco sul totale degli attacchi alla persona. Senza ombra di dubbio le perplessità critiche appena esposte riflettono un atteggiamento estremamente pragmatico, non privo di verità, per lo meno per quanto riguarda i dati numerici (e per fortuna si potrebbe anche aggiungere visto l’argomento!). Senonchè è evidente che il karate non è ninjutsu, per cui non tende ad occuparsi delle tendenze o dell’evoluzione delle tecniche di guerra. Con questo non si vogliono sminuire le ragioni degli altri ma più semplicemente distinguerne i contenuti tematici: il percorso formativo del te passa per l’addestramento delle qualità che caratterizzano la persona più che sulla pratica delle specialità armate più in voga in un certo periodo; specialità che in effetti possono passare di moda con le epoche, ma trascurarne il significato e disprezzarne l’apporto propedeutico che esse sono in grado di fornire all’interno di un programma di allenamento complesso potrebbe anche indicare una certa superficialità di analisi anziché un’esigenza di efficacia. Da qui una diversa importanza data alla evoluzione delle armi ed al modo di intenderne la loro utilizzazione a scopo educativo.

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