Il Karate come percorso culturale

L’allenamento nel Dojo è la porta d’accesso ad un mondo dalle grandi potenzialità psicofisiche. Per apprezzarle a pieno è necessario studio e tanta costanza.

La lezione di Karate è quanto di più fisico si possa immaginare. Si comincia con la ginnastica di riscaldamento per poi passare alle tecniche, a colpi di mano e di piede. Ma è davvero tutto qui? “Ni”, si potrebbe rispondere, perché se è vero che il Karate, come Arte Marziale e come Sport, si esprime a livello corporale, è altrettanto vero che senza un accurato studio della tecnica i colpi si tradurrebbero in una mera sequenza di calci e pugni, che finirebbero per fare male già a colui che li esegue. Un pugno, più o meno, sappiamo tutti come tirarlo e si potrebbe perfino dire che è un movimento spontaneo, ma lo tsuki, il colpo con la mano chiusa proprio del Karate, presuppone studio ed applicazione se vuole essere efficace. Come qualsiasi altra tecnica, esso è il frutto di un lavoro di perfezionamento biomeccanico che rimonta ai primordi della storia della disciplina ed in quanto tale esso è lo strumento attraverso cui si tramanda una cultura millenaria.

È per questa ragione che, per gli allievi di qualsiasi età e cintura, l’apprendimento non termina alla fine della seduta di allenamento, ma trova nei libri un essenziale complemento. Ovviamente, la lettura di un testo non è sufficiente per imparare e non può in alcun modo surrogare la figura del Maestro. Ma neanche l’opera di quest’ultimo, pur nella sua centralità, esaurisce questo compito. Egli è, infatti, colui che apre le vie di accesso allo sconfinato mondo delle Arti Marziali, colui che indica il percorso (Do) da compiere, ma da questo punto in poi è l’allievo che deve farsi carico del proprio destino. La storia del Karate, della filosofia e della psicologia che esso presuppone, del corpo umano, della fisica e di altre materie, costituisce il corollario di conoscenze che deve accompagnare l’allievo nel “Do”.

Limitare l’insegnamento e la pratica del Karate all’ambito agonistico significa decretarne l’impoverimento culturale, ridurre la sua ricchezza ad un ristretto novero di tecniche finalizzate alla gara. Questo fenomeno è una delle cause principali della riduzione del numero di iscritti che molte palestre stanno vivendo. Molti atleti, infatti, una volta superata l’età agonistica non trovano più gli stimoli necessari alla frequentazione del Dojo, mentre potenziali allievi poco interessati alla dimensione sportiva non verranno mai a conoscenza di quelle sue peculiarità che possono essere utili anche per vivere la quotidianità.

Certo, affrontare il Karate con questo atteggiamento mentale non è semplice, né per i ragazzi in età scolare, già impegnati nei loro studi, né per coloro che arrivano in palestra dopo una estenuante giornata di lavoro. Ma rinunciarvi significa restare sull’uscio di quel mondo e rifiutare in partenza i benefici.

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