Itori

Con questo articolo voglio continuare con un pochino di tecnica e tradizione, parlando degli Itori, senza dilungarmi troppo cominciamo con una spiegazione dettagliata e alla fine con un link scaricabile dove troverete il primo Itori

Gli Itori

Il gruppo degli itori è quell’insieme di esercizi che prendono avvio dalla posizione seiza, cioè seduti in ginocchio sui talloni. Usualmente vengono considerati uno dei lasciti più evidenti della precedente frequentazione del jujutsu da parte del fondatore del wado, essendo il te originariamente privo di simili applicazioni; inoltre, essendo utilizzata come postura base nelle tecniche di meditazione, ha finito col trasmettere di sé un’immagine ed una funzione quasi spirituali sebbene non sia un esercizio vero e proprio. In effetti, ad un neofita o ad un osservatore esterno con il loro aspetto cerimonioso, con la gestualità rigidamente formalizzata e con quella elegante etichetta che conduce ad inginocchiarsi senza goffaggine oppure ad avanzare inginocchiati facendo leva sui pugni (movimento piuttosto caratteristico detto shikko) potrebbero anche apparire come un prodotto proveniente direttamente dall’ambiente raffinato dei samurai dell’epoca Edo, ossia il periodo storico tra il 1600 ed il 1800 a cui in genere viene fatto risalire lo sviluppo e la diffusione di queste tecniche. In realtà il termine seiza equivale semplicemente al nostro sedersi compostamente, cioè piegare le gambe posando il sedere su di un sostegno con buona educazione: in questo contesto il sostegno sono i talloni. E’ solo una postura, a cui è opportuno abituarsi lentamente e non un esercizio sadico con cui brutalizzare ginocchia e caviglie non assuefatte a quel tipo di etichetta sociale; tanto meno va considerata come una prerogativa del karate o delle arti marziali e neppure una esclusiva delle discipline attinenti la filosofia zen, in cui viene chiamata zazen. Abitudine comune in tutto l’estremo oriente, essa va inquadrata all’interno delle consuetudini tipiche di una società che, ancora oggi, non ha abbandonato del tutto l’uso tradizionale di sedersi a terra a favore dell’uso della sedia di tipo nostrano. Da questo ambiente scaturisce l’abitudine di stare seduti in ginocchio sui talloni. Dal punto di vista pratico, infatti, la posizione in seiza non offre alcun vantaggio o beneficio specifici in termini di allenamento o salubrità: a parte il fatto di avere la schiena dritta e le caviglie in estensione, è solo un modo educato di stare seduti.

Proprio a causa di questo, per taluni la loro utilità potrebbe addirittura non andare oltre il semplice lascito tradizionale, data la relativa impraticabilità ed inapplicabilità delle circostanze che essi tenderebbero a ricreare. In realtà questa percezione si fonda su di un ingenuo fraintendimento. La pratica in ginocchio non deve essere considerata un’aggiunta pittoresca di elementi tradizionali e neanche un gruppo di esercizi stantii e di tecniche obsolete, zeppe di elementi inapplicabili, soprattutto nel contesto occidentale, dove in genere ci si inginocchia per tutt’altri motivi. Infatti Il loro scopo non sta nel ricreare artificiosamente e con gusto antiquario le condizioni di scontro all’interno di un antico palazzo nobiliare giapponese, ma piuttosto nello studio della mobilità del bacino e del busto, a cui è dedicata buona parte della loro intelaiatura, che si fonda sullo stesso principio didattico del kata nahaianchi: ossia una volontaria limitazione, generata dalla postura iniziale, della mobilità del bacino al fine di stimolarne beneficamente la duttilità di movimento. Inoltre introducendo il tema della differente altezza dei baricentri (alcuni itori si svolgono con uke in posizione eretta) mostra un ulteriore approfondimento sia del tema dell’evasione dal raggio di assalto che dell’uso sia di leve che di torsioni da una prospettiva differente e da distanza particolarmente ravvicinata, esercitando la prontezza nel passare da una posizione ad un’altra, sviluppando l’agilità degli arti inferiori.

Gli itori trovano senso anche nel loro aspetto psicologico inibente di posizione svantaggiata, in cui le circostanze impongono di reagire oltre che in tempi rapidi anche attraverso una limitata mobilità, al fine di allenare la capacità di reazione anche in condizioni di stressante inferiorità, cercando di assecondare il più possibile la naturalità dei movimenti seppur adattando la dinamica di difesa alle criticità imposte dal momento: attacchi in profondità e posizioni basse in spazi angusti.

Il contenuto tecnico degli itori permette di rispondere indirettamente anche ad un’altra domanda che spesso viene riproposta dai praticanti: perchè nel karate non c’è il combattimento a terra come nel judo o nel jujutsu? La risposta è relativamente semplice: perchè il karate, come la boxe, è uno stile di pugilato non di lotta. Una delle principali differenze tra queste due modalità sta nel fatto che gli stili fondati sulle tecniche pugilistiche propendono ad adottare una strategia di tipo schermistico, cioè incline ad allontanare l’avversario e non a trattenerlo ed ad afferrarlo come tendenzialmente accade, invece, nelle discipline di lotta: da qui un diverso modo di affrontare lo spazio attorno a sé ed una diversa prospettiva circa il senso del proseguimento dello scontro a terra.

Per concludere da questo link potete scaricare l’ Itori_ipponme

Per ora vi saluto e vi dò appuntamento al prossimo articolo

Un Allievo

2 pensieri riguardo “Itori”

Scrivi una risposta a Mirko Colasante Cancella risposta