La caccia alle streghe è una delle più antiche pratiche umane e di tanto in tanto, in questo film che si ripete nelle società di qualsiasi latitudine, a salire sulla pira sacrificale tocca alle Arti Marziali. Negli ultimi tempi, e in differenti contesti, ad esse è stata attribuita l’origine di diverse nefandezze, dalla violenza feroce con la quale alcuni giovani si sono scagliati contro loro coetanei alla cialtroneria di alcuni sedicenti maestri che, approfittando dell’ascendenza che hanno sugli allievi, si permettono di spacciare fantasiosi rimedi senza alcun riscontro scientifico.
Proprio questi infondati e pericolosi luoghi comuni mettono sul banco degli imputati un mondo, al contrario, ricco di cultura, sentimenti ed esperienze umane, costituito da decine di migliaia di praticanti di ogni età ed estrazione sociale che gli si dedicano con dedizione e impegno.
Fortunatamente, altre puntuali e circostanziate analisi sull’origine culturale, sociale e psicologica della violenza hanno invece mostrato quanto le Arti Marziali ne costituiscano un argine e non un incentivo.
È importante ricordare che il pilastro di questa cultura millenaria è senza dubbio la figura del Maestro, che nelle Arti Marziali rappresenta il mediatore che perpetua la tradizione, l’eterno allievo che non può mai smettere di cercare il proprio miglioramento personale, l’autorità che scardina i pregiudizi, la presunzione e la pigrizia degli allievi e il trascinatore che li fa appassionare.
Da ultimo, riportiamo un breve e significativo brano estratto da uno dei libri del Maestro Berengario, che commenta le fondamentali parole di Hironori Ohtsuka, fondatore dello stile Wado Ryu, la Via della Pace:
“Non c’è arte senza espressione dello spirito”. Questa frase di Hironori Ohtsuka, il fondatore del Karate moderno e profondo studioso del Budo, sintetizza la visione del mondo proposta dalle arti marziali. Esse non nascono, infatti, come mero strumento di offesa e difesa, ma come forma di meditazione attiva. In particolare, ricorda Ohtsuka, la traccia di questa origine è piuttosto esplicita nel termine Budo (la Via del Guerriero), che designa il complesso delle arti marziali di derivazione nipponica. Alla sua radice troviamo la parola Bu, che ha due antitetiche accezioni: la prima la individua come atto del “bloccare”, mentre la seconda rinvia alla “lotta”. Si possono quindi tradurre come “Via che conduce alla cessazione della guerra attraverso il disarmo” oppure “Via che conduce alla pace”.
Il Bu-do, quindi, è la “via che porta all’equilibrio eliminando i conflitti”, dove le tecniche di combattimento vanno considerate esercizi spirituali e si accompagnano a conoscenze filosofiche ed alla rettitudine etico-morale. La figura che riassume questo percorso è quella del saggio, propria a tutte le arti marziali di antica derivazione, vale a dire l’uomo che ha raggiunto uno stato di elevazione spirituale tale da permettergli di vivere degnamente la vita di ogni giorno, sia a livello interiore che esteriore. … Nel Budo i due elementi debbono conservare uno stato di equilibrio o, meglio, di con-fusione, in cui l’uno non prevalga sull’altro. Solo in questo modo il Budo può continuare ad essere la via che conduce alla pace e benessere per l’umanità. Senza una formazione spirituale solida l’esercizio non ha senso ed il mero uso della tecnica potrebbe trasformarsi in un danno alla società. In quest’ottica, a prescindere dai motivi per cui un allievo si può avvicinare al Budo, come la preparazione fisica, la difesa personale, l’acquisizione di forza per dimostrare la propria superiorità sugli altri, la bravura del maestro si misura nella sua capacità di modificare questa molteplicità di scopi. Egli dovrà dirottare le energie del praticante verso il mondo spirituale ed il miglioramento delle qualità umane, suscitando in primo luogo i sentimenti di amicizia e di rispetto per l’avversario. È questa commistione tra l’aspetto puramente fisico dell’allenamento e dell’esercizio delle tecniche di lotta e la formazione spirituale a decretare l’importanza della pratica delle arti marziali anche e soprattutto nella società contemporanea.