Seguendo lo sviluppo storico di quest’arte risulta palese il suo valore come percorso spirituale e non solo fisico e sportivo. In particolare il karatedō sin dalle sue prime espressioni è strettamente connesso alla cultura Zen. Non è un caso infatti che le storie di queste pratiche si intreccino nei monasteri buddhisti fondati da Bodhidarma.
Derivante dal buddhismo Ch’an di origine cinese, ha come scopo finale l’illuminazione, l’armoniosa concordanza tra coscienza e inconscio. Ciò però è raggiungibile a patto che lo spirito diventi vacuo, che entri nel ku, il vuoto, la sorgente originaria di energia della nostra coscienza. L’essere illuminati dà la chiarezza della realtà e fa vedere ciò che è per quello che veramente è.
Nel karatedō il concetto cardine è lo stesso, anche se ottenuto attraverso un’altra via. Il vuoto è un concetto inspiegabile, solo intuibile. È l’istante nel quale si integra tutto l’universo in un punto, quando l’essere e il non essere, il nulla e il tutto si manifestano e si realizzano, e “l’essere in sé” avviene nello stesso istante in cui scompare.
Per la comprensione di questo concetto ci vengono incontro i tre principi fondamentali del wadō-ryū[1], fondato da Ōtsuka Hironori, grande e storico allievo del maestro Funakoshi. Questo stile infatti è basato su tre metafore legate all’onda del mare: nagosu なごす, la rapidità dell’acqua, sinonimo di fluidità, evasione dall’attacco nemico per poi muoversi al contrattacco; inasu いなす, la capacità di scivolare come una goccia di rugiada, adattandosi alla forma di ogni ostacolo presente lungo il percorso, senza permettergli di arrestare il nostro cammino; e noru のる, il fluttuare come l’onda del mare, la capacità di adeguarsi ad un attacco avversario sino a vanificarlo, per poi muoversi al contrattacco.







