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60°

Sessanta anni di tatami. Non è un record, ma i sei decenni di attività nelle Arti Marziali che il Maestro Berangario celebra quest’anno costituiscono un traguardo importante, probabilmente unico nel panorama nazionale. Abbiamo più volte parlato di tutto ciò che dà lustro alla sua intensa storia personale, quindi in questa occasione ci limitiamo a ricordare ciò che lega insieme tutti questi anni di dedizione assoluta al Karate e dona loro quel senso di levità grazie al quale il domani non è un giorno come gli altri ma un evento, l’occasione per imparare qualcosa di nuovo. Questo collante potentissimo è la PASSIONE, la forza che sta dietro tutti i grandi progetti umani.

La “Via del Karate”

Nel Karate, la formazione della persona deve procedere di pari passo con l’evoluzione tecnica…

Più si avanza nell’arte più si deve crescere moralmente e spiritualmente…

Diversamente non si sta seguendo la “Via del Karate” ma quella del virtuosismo sportivo…

o peggio della violenza.

La “Via del Karate”

Nel Karate, la formazione della persona deve procedere di pari passo con l’evoluzione tecnica…

Più si avanza nell’arte più si deve crescere moralmente e spiritualmente…

Diversamente non si sta seguendo la “Via del Karate” ma quella del virtuosismo sportivo…

o peggio della violenza.

Arti Marziali


La caccia alle streghe è una delle più antiche pratiche umane e di tanto in tanto, in questo film che si ripete nelle società di qualsiasi latitudine, a salire sulla pira sacrificale tocca alle Arti Marziali. Negli ultimi tempi, e in differenti contesti, ad esse è stata attribuita l’origine di diverse nefandezze, dalla violenza feroce con la quale alcuni giovani si sono scagliati contro loro coetanei alla cialtroneria di alcuni sedicenti maestri che, approfittando dell’ascendenza che hanno sugli allievi, si permettono di spacciare fantasiosi rimedi senza alcun riscontro scientifico.
Proprio questi infondati e pericolosi luoghi comuni mettono sul banco degli imputati un mondo, al contrario, ricco di cultura, sentimenti ed esperienze umane, costituito da decine di migliaia di praticanti di ogni età ed estrazione sociale che gli si dedicano con dedizione e impegno.
Fortunatamente, altre puntuali e circostanziate analisi sull’origine culturale, sociale e psicologica della violenza hanno invece mostrato quanto le Arti Marziali ne costituiscano un argine e non un incentivo.
È importante ricordare che il pilastro di questa cultura millenaria è senza dubbio la figura del Maestro, che nelle Arti Marziali rappresenta il mediatore che perpetua la tradizione, l’eterno allievo che non può mai smettere di cercare il proprio miglioramento personale, l’autorità che scardina i pregiudizi, la presunzione e la pigrizia degli allievi e il trascinatore che li fa appassionare.
Da ultimo, riportiamo un breve e significativo brano estratto da uno dei libri del Maestro Berengario, che commenta le fondamentali parole di Hironori Ohtsuka, fondatore dello stile Wado Ryu, la Via della Pace:
“Non c’è arte senza espressione dello spirito”. Questa frase di Hironori Ohtsuka, il fondatore del Karate moderno e profondo studioso del Budo, sintetizza la visione del mondo proposta dalle arti marziali. Esse non nascono, infatti, come mero strumento di offesa e difesa, ma come forma di meditazione attiva. In particolare, ricorda Ohtsuka, la traccia di questa origine è piuttosto esplicita nel termine Budo (la Via del Guerriero), che designa il complesso delle arti marziali di derivazione nipponica. Alla sua radice troviamo la parola Bu, che ha due antitetiche accezioni: la prima la individua come atto del “bloccare”, mentre la seconda rinvia alla “lotta”. Si possono quindi tradurre come “Via che conduce alla cessazione della guerra attraverso il disarmo” oppure “Via che conduce alla pace”.
Il Bu-do, quindi, è la “via che porta all’equilibrio eliminando i conflitti”, dove le tecniche di combattimento vanno considerate esercizi spirituali e si accompagnano a conoscenze filosofiche ed alla rettitudine etico-morale. La figura che riassume questo percorso è quella del saggio, propria a tutte le arti marziali di antica derivazione, vale a dire l’uomo che ha raggiunto uno stato di elevazione spirituale tale da permettergli di vivere degnamente la vita di ogni giorno, sia a livello interiore che esteriore. … Nel Budo i due elementi debbono conservare uno stato di equilibrio o, meglio, di con-fusione, in cui l’uno non prevalga sull’altro. Solo in questo modo il Budo può continuare ad essere la via che conduce alla pace e benessere per l’umanità. Senza una formazione spirituale solida l’esercizio non ha senso ed il mero uso della tecnica potrebbe trasformarsi in un danno alla società. In quest’ottica, a prescindere dai motivi per cui un allievo si può avvicinare al Budo, come la preparazione fisica, la difesa personale, l’acquisizione di forza per dimostrare la propria superiorità sugli altri, la bravura del maestro si misura nella sua capacità di modificare questa molteplicità di scopi. Egli dovrà dirottare le energie del praticante verso il mondo spirituale ed il miglioramento delle qualità umane, suscitando in primo luogo i sentimenti di amicizia e di rispetto per l’avversario. È questa commistione tra l’aspetto puramente fisico dell’allenamento e dell’esercizio delle tecniche di lotta e la formazione spirituale a decretare l’importanza della pratica delle arti marziali anche e soprattutto nella società contemporanea.

I diplomi di Salvamento di una volta

Oggi non parliamo di karate ma di come erano i diplomi molto tempo fa.

Foto e ricordi

Su questo articolo publicherò solo foto e nessun descrizione, un piccolo omaggio al Maestro Berengario

IL PANCRAZIO ED IL KARATE IN OCCIDENTE

Uno dei molti interrogativi che circolano in Occidente sul conto delle arti marziali, e che contribuisce a mantenere inalterato il loro fascino, è quello che riguarda le loro origini. In generale, queste vengono collocate in un Oriente non ben definito, in un luogo che ha un po’ della Cina ed un po’ del Giappone, senza dimenticare l’India. È in questa area piuttosto vasta che, tra il VI ed il IV secolo a.C., vissero i grandi maestri Confucio, Lao Tse ed il principe Gautama Siddharta Buddha, nel cui pensiero si possono rintracciarne i presupposti filosofici. Per quanto riguarda l’incontro tra le loro predicazioni e le tecniche di difesa propriamente dette, una leggenda unanimemente accettata trova nel monaco indiano Bodhidharma e nel monastero cinese di Shao Lin, intorno al VI secolo dell’era moderna, il punto d’irradiazione di pratiche di lotta che si combinavano e completavano con la meditazione. 

I contorni storici si fanno più rarefatti se si cerca di rimontare archeologicamente ad epoche precedenti quelle sopra accennate. In questa sorta di nebbia cerca di farsi largo una tesi che vede addirittura nell’Occidente la madre di tutte le arti marziali. Tale teoria porta a suffragio significativi ritrovamenti archeologici. Come due statuette babilonesi, datate in un periodo compreso tra il 3000 ed il 2000 a.C., ritraenti un atleta in un atteggiamento simile ad una parata e due contendenti in posizioni che ricordano il Sumo giapponese, ed un affresco proveniente dal Palazzo di Cnosso a Creta, in cui un atleta supera un toro compiendo un salto mortale. Queste esibizioni acrobatiche, che venivano praticate durante cerimonie religiose, ricordano molto da vicino il Kalaripayattu, arte marziale di origine dravidica, popolazione autoctona dell’India, che si pensa possa essere anch’essa la base di Karate e Kung-fu. 

Ma il vero antesignano del Karate, secondo questa scuola di pensiero, è il Pancrazio, disciplina olimpica praticata dai greci già nel VII secolo A.C e portata in Oriente dagli eserciti di Alessandro Magno, magari in una forma primitiva che servì da base a future evoluzioni. A dispetto dell’odierno spirito decubertiano, il Pankràtion (dal greco παγκράτιον, pan = tutto e kràtos = forza) era uno sport particolarmente violento, una lotta efferata in cui i colpi potevano essere portati a “mani nude” (Kara-te”, appunto), con i piedi o con qualsiasi altra parte contundente del corpo. L’importante era la sottomissione dell’avversario o, in caso di una sua strenua resistenza, la morte.

I detrattori di questa tesi puntano sul fatto che tutti i popoli antichi, non solo i mesopotamici ed i greci, ma anche gli egiziani e gli hittiti, così come gli indiani, i cinesi ed i giapponesi, vantavano forme di combattimento senza armi, soprattutto in considerazione del fatto che spade e lance erano riservate a principi e guerrieri. Inoltre, sulle orme del Pancrazio, in Occidente non si è sviluppata nessuna arte marziale, non potendo ritenere tali il pugilato, la lotta greco-romana o lo spettacolo dei gladiatori. Il Pancrazio stesso non aveva un sostrato filosofico, ma era prettamente uno sport e come tale, superato l’ostracismo religioso dovuto al suo legame col politeismo greco, sopravvive ancora oggi in forme simili al Judo. 

Sarebbe il terreno culturale, quindi, il tallone d’Achille della tesi occidentalista. Un esempio su tutti è il concetto di “vuoto”, principio cardine delle filosofie orientali e delle arti marziali, che rappresenta la condizione di possibilità di tutti gli eventi. In questa parte del mondo, al contrario, esso significa “nulla” e si identifica col nichilismo. Eppure, ancora nel pensiero di Socrate e Platone sopravviveva in Grecia una tradizione che considerava il Caos non come disordine, ma totalità che include ogni situazione. Di più, così come lo scopo dell’esistenza dell’individuo orientale è la realizzazione di un sé armonico, capace di comprendere se stesso nella totalità dell’essere, l’uomo greco viveva “secondo misura” nel rispetto di principi etici ed estetici insieme. Sarà solo a partire dall’illuminismo dei sofisti del V secolo a.C. che gli ideali di limite ed equilibrio verranno progressivamente rimossi in favore della potenza del ragionamento, di quella logica sulla quale la nostra civiltà ha costruito le sue fortune. Forse, allora, consapevoli di questa rimozione, è proprio la ricerca di Armonia che spinge noi occidentali a dedicare alle arti marziali una parte delle nostre convulse esistenze.

Auguri di buon natale

Il maestro Berengario augura a tutti voi un Sereno e Felice Natale.

Non si può dimostrare che le arti marziali aggiungano anni alla vita, ma si può affermare con certezza che aggiungono vita agli anni

Nel Karate la formazione della persone deve procedere di pari passo con l’evoluzione tecnica. Più si avanza nell’arte, più si deve crescere moralmente e spiritualmente. Diversamente non si sta seguendo la “Via del Karate” ma quella del virtuosismo sportivo o, peggio ancora, quella dell’aggressività.

Karate: un’arte non uno sport

L’arte del karate si discosta totalmente dal concetto di sport fine a se stesso, essendo basata su valori morali e regole di vita non applicabili solo all’ambito dell’arte marziale ma anche e sopratutto a quello quotidiano.

Intendere questi principi come un regolamento da usare allo scopo di vincere scontri e gare, significa sminuire la concezione de un’arte nata per essere una via per lo spirito, un esempio di rettitudine.

Il karate non è un privilegio di chi lo pratica, ma un arte al servizio di chiunque voglia coltivare il proprio spirito e liberare la propria mente.

Non si può dimostrare che le arti marziali aggiungano anni alla vita, ma si può affermare con certezza che aggiungono vita agli anni.

Il Pensiero del Maestro Berengario c.n. 10 dan

Un futuro per il Karate

In questa estate 2020 di semi lock down, i pochi che hanno sfidato la forma di allenamento “estremo” consentito dalla normativa vigente per gli sport da contatto e dal clima estivo, hanno avuto modo di sperimentare un tipo di allenamento tanto desueto quanto proficuo in funzione di un miglioramento tecnico. Il confronto con le tecniche di base eseguite individualmente, in lentezza e senza il camuffamento scenico permesso dal karategi è, per certi versi, impietoso, tanto per i neopraticanti quanto per chi frequenta il dojo da decenni. L’errore è sempre dietro l’angolo, pronto a mortificare qualsiasi pretesa di saper fare, qualsiasi sperimentata forma di autocontrollo. 

Questo particolare momento storico è utile anche per tornare a riflettere su alcune problematiche che, se non vengono affrontate con serietà e tempestività da tutti gli addetti ai lavori, condurranno immancabilmente il Karate ad una irreversibile decadenza. Le questioni decisive sono numerose e qui riepiloghiamo solo le più urgenti: la sua riduzione a mera pratica sportiva; la facile concessione di cinture e diplomi; il progressivo impoverimento del programma d’insegnamento, che svuotato di contenuti (storia e filosofia, antiche forme di combattimento) è oramai ridotto a poche tecniche “da punto”; la trasformazione del dojo in spazio d’intrattenimento.

Il problema più grande, quello che li comprende tutti, se vogliamo, è lo scarso valore dei Maestri. Il percorso tradizionale, rimasto inalterato per secoli, che gli assegna il fondamentale ruolo di conservare e tramandare la conoscenza delle arti marziali da una generazione alla successiva, sembra oggi essersi interrotto. I più esperti, molti dei quali formatisi negli anni ’70 con i vari maestri giapponesi arrivati nel nostro Paese, hanno completamente messo da parte qualsiasi velleità didattica e si limitano a curare le doti atletiche dei ragazzi portati per l’agonismo, sempre di più mero strumento pubblicitario per la propria attività commerciale. È sufficiente andare ad osservare una gara o uno stage per trovarsi di fronte ad errori tecnici macroscopici anche nell’esecuzione delle tecniche di base. Se possibile, va ancora peggio con i nuovi “maestri”, alcuni dei quali fino a pochi anni fa calcavano con noi il tatami, e non erano neanche dei più bravi. Li abbiamo lasciati con la cintura arancio o verde e ora li ritroviamo con titoli e dan esposti in bacheca. Altri hanno aperto il proprio dojo dopo aver fatto qualche anno di attività agonistica, come se bastasse essere saliti qualche volto su un podio o aver vinto qualche coppa non solo e non tanto per potersi fregiare del titolo di Maestro, quello sarebbe il minimo, ma di pretendere d’istruire, una delle attività umane più nobili e difficili. 

Se l’emergenza COVID 19 ha giustamente posto una volta di più in risalto il tema della formazione dei ragazzi, dal punto di vista dei contenuti, della preparazione del corpo insegnante e delle strutture, ebbene, è possibile che la questione non venga estesa anche all’ambito sportivo, che contribuisce quasi in maniera equivalente alla loro crescita caratteriale e alla trasmissione di valori e conoscenze? Soprattutto, è lecito chiedersi perché nessuno, famiglie e federazioni su tutti, si interessi di quali siano competenze e capacità di coloro si intestano il ruolo di formatori? Perché, entrando un po’ nello specifico, nessuno si chiede se impegnare sul tatami i giovani allievi in attività ludiche abbia lo stesso valore formativo di insegnare la cultura e la tecnica del karate? Per quanto riguarda lo sviluppo del carattere, poi, riconoscere la cintura nera a ragazzini di dieci anni è un bene, perché gratifica i genitori paganti, o un danno, perché abitua i ragazzi al fatto che il premio non corrisponda al merito, all’impegno e alla maturità ma a un mero automatismo? Il passaggio da principiante a cintura nera, per chiarire quanto intendo, non può essere questione di capacità agonistiche né di tempo, ma della sedimentazione nella singola persona di cultura, conoscenze tecniche e consapevolezza, che sotto la guida di un maestro preparato non può durare meno di dieci-dodici anni. Non è il caso, quindi, di sottoporre ad un controllo più attento questa traiettoria così da rendere più alto il livello medio delle cinture nere?

Queste domande difficilmente troveranno risposta da parte di chi governa la nostra disciplina e ha la responsabilità politica e morale di preservarla, ma intanto il tempo passa e del Karate è rimasto quasi solo lo scheletro osseo, come quello dei dinosauri che vediamo nei musei, esibito come icona per accalappiare clienti. Tutto ciò può essere quasi naturale nella società in cui viviamo, che ha fatto del denaro il suo valore fondamentale, ma non è una giustificazione sufficiente. La professione del Maestro di Karate, anche condotta con spirito imprenditoriale, è e deve restare una missione, così come l’allievo non è il semplice praticante di uno sport ma una persona che deve essere accompagnata nel suo percorso di crescita personale e nella disciplina.