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SUL VALORE DELLA CINTURA NERA

Da sempre oggetto ambito, e in molti casi proibito, per tutti i praticanti le arti marziali perché contraddistingue il raggiungimento di un livello di eccellenza, la cintura nera merita un’attenta riflessione. Essa, infatti, non è meramente il segno dell’abilità tecnica di una persona, né il grado di una gerarchia né, tantomeno, il corredo di un indumento sportivo, cosa cui la riducono quei pseudo Maestri che la concedono (anche a pagamento) per fidelizzare il cliente.

Nella cultura giapponese la cintura (Obi) riveste un profondo significato simbolico rappresentando una tappa fondamentale nel percorso (Do) di un allievo nelle arti marziali. Questo è il momento in cui viene raggiunto lo stato di uomo “completo”, sintetizzato nel concetto di “shin-gi-tai”, che riunendo in sé tre valori fondamentali designa il cielo (Shin), che rappresenta il valore morale ed il carattere; la terra (Gi), che indica la capacità tecnica; l’uomo (Tai), che designa la forza ed il vigore fisico. La cintura nera non è un fine ma, appunto, una tappa sul cammino che conduce al più alto livello della maestria, il decimo Dan, cui corrisponde il grado onorifico di “Hanshi”, proprio di chi, abbandonata la dipendenza dal possesso e dal prestigio ed anche la paura della morte, vive in totale armonia esteriore e interiore.

Se è vero che la nostra cultura occidentale è tanto lontana dalla cultura e dai valori dell’Oriente, è altrettanto vero che per la Samurai Zen Club la cintura ha sempre rappresentato il simbolo distintivo di una crescita psicofisica e culturale, non solo il premio per le capacità tecniche di un atleta. Una volta indossata, l’allievo dev’essere consapevole del rispetto che merita e delle responsabilità che comporta. Dal punto di vista personale, egli deve procedere con maggiore impegno il proprio percorso di perfezionamento tecnico-culturale. Nei confronti del dojo, dove deve essere un punto di riferimento per gli allievi di grado inferiore, specialmente per i più giovani.

Alla luce di tutto ciò, diventa poco comprensibile il comportamento di quegli allievi che, dopo i sacrifici compiuti nel percorso ultra decennale necessario a raggiungere tale status, partecipano alla vita del dojo in maniera discontinua, alternando lunghe assenze ai periodi di presenza. Le porte della Samurai Zen Club sono aperte per tutti, ma chi supera il mese di assenza o può garantire solo presenze una tantum dev’essere consapevole che potrà conservare quel segno distintivo solo se, secondo il parere del Maestro, ne sarà ancora meritevole. Questo per rispetto nei confronti del dojo, del Maestro e degli altri allievi.

La Forza della Tradizione

Parlare di tradizione può sembrare desueto nel mondo di oggi, dove tutto scorre velocemente e si fa fatica anche a pensare il presente mentre lo viviamo. Ma senza la tradizione, quindi senza la memoria e la storia del percorso che abbiamo fatto, non sappiamo neppure chi siamo e affrontiamo il futuro, anche quello in arrivo tra pochi minuti, con la resistenza che hanno le alghe nel mare in tempesta, sradicate e fluttuanti senza una destinazione.

Fin dagli anni Sessanta del secolo scorso, quando è stata fondata, la Samurai Zen Club è un presidio della tradizione, da cui trae la sua forza e i propri valori: rispetto, coraggio, gratitudine, onore e sincerità. È grazie ad essa che in sessantaquattro anni di storia il dojo del Maestro Berengario è stato in grado di coltivare il talento di decine di campioni, che hanno fatto valere la loro tecnica sui tatami internazionali, e di migliaia di allievi di ogni età e condizione, che lì hanno trovato un ambiente in cui crescere sotto molti punti di vista, caratteriale, fisico e culturale. Questo perché il karate insegnato alla Samurai Zen Club non è una mera disciplina sportiva e tantomeno un’attività dopolavoristica o un passatempo per bambini che i genitori non sanno dove parcheggiare, ma un’Arte Marziale e quindi un modo di vivere rivolto all’individuo nel suo complesso. Nella tradizione giapponese, infatti, le arti marziali costituiscono una “via” verso la pace e la felicità. Per raggiungere questo obiettivo non basta imparare la tecnica, men che meno la poca rimasta in quel fenomeno impoverito che è il karate sportivo, ma occorre conciliarla con lo spirito, vale a dire con le virtù etiche e morali all’interno di un percorso di crescita psicofisica e culturale che il praticante è chiamato a intraprendere a qualsiasi età.

Un Allievo

1960 – 2022

Riporto un post di un allievo per i 62 anni di tatami del maestro Berengario

1 settembre 1960
1 settembre 2022
Auguri Maestro…
Riprendo un post che Facebook
Mi ha riproposto, e che ha innescato Ulteriori riflessioni

Il mio Maestro…
Mío e di altre migliaia di persone!
Durante la pandemia e mentre andavano scemando i provvedimenti, il Maestro ha continuato a svegliarsi presto e ad allenarsi la mattina alle 5.00 con l’amore infinito di chi ha dedicato la vita ad una missione, mentre il mondo all’intorno si fermava in un silenzio irreale, scandito dai numeri del virus, Lui ha continuato nella sua bolla di energia, a ripetere i gesti dell’onore…
Ecco Maestro, sono sessantadue anni che ripeti quei gesti, facendoli sembrare semplici.
Sei l’unico maestro che abbia studiato con tutti i capiscuola del Karate Wadō-ryū…
Ma non ne parli mai perché non sei un vanesio, sei un Gentiluomo di vecchio stampo, con delle delicatezze e un rispetto che altri possono solo sognare.
Grazie Maestro, per continuare ad essere un punto di riferimento… quando uno di noi è nei guai, è triste, ha un problema, ha bisogno di un consiglio… Tu ci sei sempre…
Caro Maestro,
Con tutto l’affetto e la gratitudine che ti devo per i tuoi insegnamenti, Auguri per i tuoi sessantadue anni di “Tatami”
Osu
Franco Cecconi
Allievo per sempre…

Esempio di Esami per Cinture Nere

In questo articolo presentiamo un esempio di esami per cinture nere che si svolge nella palestra Samurai Zen Club che ha come direttore tecnico il Maestro Chiriaco Berengario

Nel articolo troverete i video della parte pratica e teorica

Pratica
Teoria

Al prossimo articolo

Un allievo

Pensiero del Maestro Berengario…

Guardando lo scorrere di un fiume ho rivisto il destino del karate

Come il fiume si prosciuga se non viene alimentato continuamente dai suoi affluenti, così il karate si esaurisce nel corso del tempo se le sue tecniche non vengono praticate e arricchite.

Nel letto del fiume, al posto dell’acqua, resteranno solo sassi e sabbia, mentre nel karate sopravvivranno solo le quattro povere tecniche del kumite

Dedica…di una allieva…al Maestro Berengario

Ringrazio i miei genitori, ringrazio il mio Karma, ringrazio il Ki dell’Universo per avermi dato l’opportunità di conoscere la giusta via del Karate. La sua conoscenza, Maestro, ha onorato la mia vita e non importa il tempo che ho impiegato a imparare. Ho imparato a non fare niente ma a lasciare nulla di non fatto.

Il mio unico rammarico è quello di non aver portato avanti il mio percorso, è quello di aver dovuto deviare bruscamente la mia via, ma presto attenzione al nemico di ogni giorno.

Le opinioni di un vecchio allievo

Da più di quarant’anni frequento la palestra del Maestro Berengario e ho visto passare tanti allievi, di tutte le età. Alcuni sono cresciuti sul tatami, anche grazie alle “cure” del Maestro. Così rimango stupito nel vedere qualche vecchio compagno di allenamento, che nella Samurai Zen Club era tra le ultime ruote del carro, indossare ora la cintura nera, di Karate o altre discipline da contatto fa poca differenza, e vantare addirittura il titolo di Maestro. Tutto questo all’improvviso, senza quel percorso ultradecennale che trasforma un praticante come ce ne sono tanti in un insegnante in grado di dare veramente qualcosa ai suoi allievi. Le (varie!!!!) Federazioni Nazionali e gli Enti di Promozione Sportiva che si spartiscono il mercato della pratica della disciplina, invece di pensare alla crescita culturale del movimento, hanno infatti codificato e avallato l’itinerario di crescita degli allievi che in quattro, massimo cinque anni, li vede passare dalla cintura bianca a quella nera. In tutto ciò è facile rintracciare interessi di ordine politico e economico, ma a quelli del Karate chi ci pensa?

Per ritornare nell’ambito delle nostre conoscenze più strette, tanti allievi hanno mantenuto un legame con il dojo, invece questi sedicenti Maestri no, guarda caso, sono spariti senza onore come coloro che gli hanno riconosciuto la cintura nera. Il Maestro, però, è ancora vivo e sa come si sono formati. Perché, allora, si vantano di ciò che non sono e vanno avanti con le loro bugie?

Il Maestro è convinto che la pratica del Karate sia ancora un’arte preziosa nonostante le difficoltà che essa presenta, tanto dal punto di vista culturale quanto da quello etico e sportivo. Inoltre, il Karate rimane ancora oggi una “via” di perfezionamento, sia interiore che esteriore, a patto, però, che lo si liberi da quelle sovrastrutture di interessi meschini e particolari da cui esso sembra oggi minato. Vedi le cinture nere e i dan regalati.