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Arti Marziali e Cinture

La prima cosa che si è soliti chiedere quando si incontra qualcuno che pratica arti marziali è “che cintura sei?”. La domanda è spontanea, automatica quasi, ed evidenzia il diverso approccio mentale che abbiamo noi occidentali nei confronti delle discipline marziali. In virtù della nostra mentalità classificatoria, tendiamo ad identificare le persone in base a precisi attributi, tra i quali il grado è uno dei più usati. Nel nostro caso, la cintura (Obi in giapponese) è interpretata come “segno” dell’abilità tecnica di quella persona, della sua capacità di difendersi ed attaccare un avversario. Un giapponese, però, non ne farebbe la nostra stessa lettura. Infatti, anche se introdotto nel Budo (termine che designa le arti marziali con fine pacifico) solo in età moderna, il sistema gerarchico delle cinture  (kyu-dan) ha conservato, e conserva tuttora, una profonda connessione con la tradizione filosofica e spirituale.

In Giappone, per un praticante di Judo, Karate, Aikido, la conquista della cintura nera, ad esempio, Continua a leggere Arti Marziali e Cinture

Shintai (movimenti del corpo)

Nella pratica del Karate, durante l’allenamento, eseguiamo migliaia di movimenti del corpo, ma ne conosciamo il loro nome e significato. Di seguito riporto un estratto del libro del maestro Berengario sull’argomento.

SHINTAI

Gli Shintai sono tecniche di spostamento del corpo con scivolamento dei piedi al suolo.

  • Taiju no Ido: spostamento del peso del corpo da un piede ad un altro, ad esempio da Shomen Daschi a Zenkutsu Dachi.
  • Ayumi Ashi: fare un passo avanti o indietro normalmente, ad esempio Hidari Hanmi Gamae o Migi Hanmi Gamae
  • Tsugi Ashi (tsugi = a seguire): piede scaccia piede
  • Tsurikomi Ashi (tsuri = sollevare): un piede davanti all’altro per ritornare alla guardia iniziale
  • Yori Ashi: Spostamento in avanti del piede anteriore per primo. Il posteriore segue.
  • Nijiiri Ashi: scivolare con entrambi i piedi
  • Kaiten: rotazione
  • Choyaku: saltare
  • Kagami: abbassarsi

 

Spero che sia cosa gradita e al prossimo articolo.

Un allievo

Che ne sarà del Karate?

Un altro articolo del M° Berengario, lo riporto così come lo ha pensato Lui.

 

Che ne sarà del karate?

Osservando da vicino il panorama offerto dalla disciplina, con gli occhi di chi la ama e le ha dedicato tutta la sua vita, questa domanda sorge dal profondo del cuore. Il suo presupposto non è la nostalgia dei bei tempi andati, che spesso e volentieri mitizzano un passato mai esistito. Il karate praticato e insegnato cinquanta anni fa, quando qualche coraggioso l’ha introdotto in Europa, non brillava per cultura e varietà di tecniche. Il fascino della nuova disciplina richiamava nelle palestre frotte di neofiti e, vista la generalizzata mancanza di “esperti”, non si trovò di meglio che trasformare in maestri di karate le cinture nere di altre arti marziali grazie ad un breve corso. Rispetto a quanto codificato dai fondatori del karate moderno, Funakoshi e Otsuka su tutti, quella disciplina era la parente povera, sia dal punto di vista tecnico che da quello culturale, poiché basata meramente sulla forza. La successiva diffusione dei film di Bruce Lee ha alimentato l’immagine caricaturale di una disciplina di calci e cazzotti. Grazie ad un lavoro capillare durato decenni, fatto di studio, esercizio e riflessione, il patrimonio tramandato dai fondatori è stato riscoperto, assimilato e valutato in funzione del suo enorme contenuto. Kata e Bunkai, Ohyo e Kihon Kumite,  Waza e Taoshi Waza, Itori e Tanto Tori non sono solo tecniche di difesa e attacco, ma il punto di approdo di una cultura millenaria che ha fatto delle arti marziali il veicolo di trasmissione della sua filosofia e delle sue conoscenze.

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Il Karategi

L’abito che usiamo per allenarci lo chiamiamo in molte maniere, chimono, karate-gi, semplicemente “gi”, e non riporto i nomi che ho sentino nei vari anni di allenamento, alcuni sono davvero imbarazzanti.

Ma sappiamo come si chiamano le varie parti del nosto Karategi? Di seguito un immagine con i nomi delle parti del karategi.

karategi
Il Karategi

Potete anche scaricare il PDF per conservarlo da questo link

Buona lettura e studio.

E fino al prossimo articolo vi saluto.

Un allievo

OUSS

La parola OUSS (foneticamente OSS), si sente e si usa spesso nelle arti marziali, ma cosa significa? quale è la sua origine? L’ho chiesto al Maestro Berengario e questa che riporto è la spiegazione dell’origine ti tale parola.

Si dice che il vecchio karateka Kentsu Yabe fu coinvolto ampiamente nell’introduzione nelle forze militari nella pratica e nell’insegnamento del karate.

Era conosciuto come “il sergente” ad Okinawa. Yabu fu professore della scuola dei cadetti di Okinawa ed inculcò al karate la sua esperienza e la sua formazione militare con abitudini derivanti dall’armata Giapponese, che passarono a far parte della colonna vertebrale del karate. La famosa parola “ouss” che si usa per assentire, accettare, scusarsi, salutare eccetera nel karate, non è altro che l’equivalente in parte del “Si, Signore” di altri corpi militari.

A voi i commenti, al prossimo articolo.

Un allievo

Il Karate e la cultura Zen

Seguendo lo sviluppo storico di quest’arte risulta palese il suo valore come percorso spirituale e non solo fisico e sportivo. In particolare il karatedō sin dalle sue prime espressioni è strettamente connesso alla cultura Zen. Non è un caso infatti che le storie di queste pratiche si intreccino nei monasteri buddhisti fondati da Bodhidarma.

Derivante dal buddhismo Ch’an di origine cinese, ha come scopo finale l’illuminazione, l’armoniosa concordanza tra coscienza e inconscio. Ciò però è raggiungibile a patto che lo spirito diventi vacuo, che entri nel ku, il vuoto, la sorgente originaria di energia della nostra coscienza. L’essere illuminati dà la chiarezza della realtà e fa vedere ciò che è per quello che veramente è.

Nel karatedō il concetto cardine è lo stesso, anche se ottenuto attraverso un’altra via. Il vuoto è un concetto inspiegabile, solo intuibile. È l’istante nel quale si integra tutto l’universo in un punto, quando l’essere e il non essere, il nulla e il tutto si manifestano e si realizzano, e “l’essere in sé” avviene nello stesso istante in cui scompare.

Per la comprensione di questo concetto ci vengono incontro i tre principi fondamentali del wadō-ryū[1], fondato da Ōtsuka Hironori, grande e storico allievo del maestro Funakoshi. Questo stile infatti è basato su tre metafore legate all’onda del mare: nagosu なごす, la rapidità dell’acqua, sinonimo di fluidità, evasione dall’attacco nemico per poi muoversi al contrattacco; inasu いなす, la capacità di scivolare come una goccia di rugiada, adattandosi alla forma di ogni ostacolo presente lungo il percorso, senza permettergli di arrestare il nostro cammino; e noru のる, il fluttuare come l’onda del mare, la capacità di adeguarsi ad un attacco avversario sino a vanificarlo, per poi muoversi al contrattacco.

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STUDIO DELLO TSUKI

 

Riporto un estratto del libro del M° Berengario “Il karate dalla A alla Z” che riporta fisica di uno tsuki.

 Lo Studio dello TSUKI

L’esecuzione di uno Tsuki si snoda in linea retta, ovvero attraverso la distanza più breve tra due punti. Appare, cioè, quasi come la «via naturale» da prendere, al momento di tirare un colpo, vista anche l’apparente semplicità di esecuzione. La sua linearità, infatti, permette, di ottenere una discreta potenza al momento dell’impatto, e di eliminare, un esubero di forze scomponenti che solitamente influiscono sull’efficacia di colpi meno diretti, in special modo nei principianti. Sennonché, proprio a causa della brevità della distanza che lo TSUKI WAZA percorre, è piuttosto difficile imprimere ad esso la velocità necessaria ad ottenere la risultante desiderata durante la reale applicazione del colpo sarà necessario che ad esso partecipino non solo il braccio e il pugno ma anche altre componenti meno evidenti, quali: la rotazione dell’anca, la posizione dei piedi, l’HIKITE del braccio ed altre che vedremmo specificatamente nel corso di questo studio. Continua a leggere STUDIO DELLO TSUKI

Campionati del mondo WTKA 2015

A Valencia in Spagna si stanno svolgendo i campionati del mondo WTKA 2015, la Samurai Zen Club del Maestro Berengario è presente con un gruppo di atleti con un discreto palmares alle spalle, e già hanno portato i primi risultati più che positivi

La squadra mista (Eleonora D’Amico, Simone D’Amico, Mirko Salaris) ha già vinto il titolo nella giornata odierna, la squadra maschile si è fermata al 4° posto, un bronzo anche raggiunto dall’altleta Eleonora D’Amico.
Gli atleti Luca Leoni, Mirko Salaris, Simone D’Amico, Maksym Zarvanskyy domani affronteranno le rispettive finali.

Seguiranno i risultati in maniera più dettagliata

Un in bocca al lupo ragazzi

Un Allievo