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Riflessioni sul Karate

Oggi voglio riportare la riflessione e il pensiero del Maestro Berengario sul Karate come è adesso e sul suo futuro

“La metafora del fiume, tanto nella tradizione culturale occidentale quanto in quella orientale, è spesso chiamata rappresentare la conoscenza: il fiume scorre portando l’acqua da monte a valle, come la conoscenza che si tramanda nel tempo, si alimenta dai suoi affluenti e va in secca quando questi non ne alimentano la portata. Lo stesso accade alla conoscenza umana se privata di nuovi studi, scoperte e insegnanti.

Questa mattina, pensando al Karate, mi è venuto in mente di rappresentarlo con la stessa metafora, laddove tecniche, allievi e maestri sono gli affluenti che ne garantiscono il passaggio generazionale. Questi stessi affluenti, tuttavia, possono trasformarsi in un pericolo mortale qualora apportino scarichi tossici invece di acque cristalline cariche di vita. Questi fattori inquinanti sono i tanti Maestri che hanno ridotto l’insegnamento a quattro tecniche basilari, dimenticando l’apparato culturale che fa del Karate un’Arte Marziale e non una mera attività sportiva. Ma la nostra disciplina sta correndo ulteriore pericolo, ancora più grande. Come un fiume il cui corso è stato frammentato dalla costruzione di diverse dighe che lo hanno reso uno sterile rigagnolo d’acqua, allo stesso modo le federazioni, che se ne contengono il governo politico mirando solo a massimizzare iscritti e potere, ne carpiscono l’energia lasciandola in secca.

Allora mi chiedo: c’è ancora qualcuno cui sta a cuore il Karate?”

Pensieri e riflessioni del Maestro Berengario

SUL VALORE DELLA CINTURA NERA

Da sempre oggetto ambito, e in molti casi proibito, per tutti i praticanti le arti marziali perché contraddistingue il raggiungimento di un livello di eccellenza, la cintura nera merita un’attenta riflessione. Essa, infatti, non è meramente il segno dell’abilità tecnica di una persona, né il grado di una gerarchia né, tantomeno, il corredo di un indumento sportivo, cosa cui la riducono quei pseudo Maestri che la concedono (anche a pagamento) per fidelizzare il cliente.

Nella cultura giapponese la cintura (Obi) riveste un profondo significato simbolico rappresentando una tappa fondamentale nel percorso (Do) di un allievo nelle arti marziali. Questo è il momento in cui viene raggiunto lo stato di uomo “completo”, sintetizzato nel concetto di “shin-gi-tai”, che riunendo in sé tre valori fondamentali designa il cielo (Shin), che rappresenta il valore morale ed il carattere; la terra (Gi), che indica la capacità tecnica; l’uomo (Tai), che designa la forza ed il vigore fisico. La cintura nera non è un fine ma, appunto, una tappa sul cammino che conduce al più alto livello della maestria, il decimo Dan, cui corrisponde il grado onorifico di “Hanshi”, proprio di chi, abbandonata la dipendenza dal possesso e dal prestigio ed anche la paura della morte, vive in totale armonia esteriore e interiore.

Se è vero che la nostra cultura occidentale è tanto lontana dalla cultura e dai valori dell’Oriente, è altrettanto vero che per la Samurai Zen Club la cintura ha sempre rappresentato il simbolo distintivo di una crescita psicofisica e culturale, non solo il premio per le capacità tecniche di un atleta. Una volta indossata, l’allievo dev’essere consapevole del rispetto che merita e delle responsabilità che comporta. Dal punto di vista personale, egli deve procedere con maggiore impegno il proprio percorso di perfezionamento tecnico-culturale. Nei confronti del dojo, dove deve essere un punto di riferimento per gli allievi di grado inferiore, specialmente per i più giovani.

Alla luce di tutto ciò, diventa poco comprensibile il comportamento di quegli allievi che, dopo i sacrifici compiuti nel percorso ultra decennale necessario a raggiungere tale status, partecipano alla vita del dojo in maniera discontinua, alternando lunghe assenze ai periodi di presenza. Le porte della Samurai Zen Club sono aperte per tutti, ma chi supera il mese di assenza o può garantire solo presenze una tantum dev’essere consapevole che potrà conservare quel segno distintivo solo se, secondo il parere del Maestro, ne sarà ancora meritevole. Questo per rispetto nei confronti del dojo, del Maestro e degli altri allievi.

Esempio di Esami per Cinture Nere

In questo articolo presentiamo un esempio di esami per cinture nere che si svolge nella palestra Samurai Zen Club che ha come direttore tecnico il Maestro Chiriaco Berengario

Nel articolo troverete i video della parte pratica e teorica

Pratica
Teoria

Al prossimo articolo

Un allievo

Dedica…di una allieva…al Maestro Berengario

Ringrazio i miei genitori, ringrazio il mio Karma, ringrazio il Ki dell’Universo per avermi dato l’opportunità di conoscere la giusta via del Karate. La sua conoscenza, Maestro, ha onorato la mia vita e non importa il tempo che ho impiegato a imparare. Ho imparato a non fare niente ma a lasciare nulla di non fatto.

Il mio unico rammarico è quello di non aver portato avanti il mio percorso, è quello di aver dovuto deviare bruscamente la mia via, ma presto attenzione al nemico di ogni giorno.

Le opinioni di un vecchio allievo

Da più di quarant’anni frequento la palestra del Maestro Berengario e ho visto passare tanti allievi, di tutte le età. Alcuni sono cresciuti sul tatami, anche grazie alle “cure” del Maestro. Così rimango stupito nel vedere qualche vecchio compagno di allenamento, che nella Samurai Zen Club era tra le ultime ruote del carro, indossare ora la cintura nera, di Karate o altre discipline da contatto fa poca differenza, e vantare addirittura il titolo di Maestro. Tutto questo all’improvviso, senza quel percorso ultradecennale che trasforma un praticante come ce ne sono tanti in un insegnante in grado di dare veramente qualcosa ai suoi allievi. Le (varie!!!!) Federazioni Nazionali e gli Enti di Promozione Sportiva che si spartiscono il mercato della pratica della disciplina, invece di pensare alla crescita culturale del movimento, hanno infatti codificato e avallato l’itinerario di crescita degli allievi che in quattro, massimo cinque anni, li vede passare dalla cintura bianca a quella nera. In tutto ciò è facile rintracciare interessi di ordine politico e economico, ma a quelli del Karate chi ci pensa?

Per ritornare nell’ambito delle nostre conoscenze più strette, tanti allievi hanno mantenuto un legame con il dojo, invece questi sedicenti Maestri no, guarda caso, sono spariti senza onore come coloro che gli hanno riconosciuto la cintura nera. Il Maestro, però, è ancora vivo e sa come si sono formati. Perché, allora, si vantano di ciò che non sono e vanno avanti con le loro bugie?

Il Maestro è convinto che la pratica del Karate sia ancora un’arte preziosa nonostante le difficoltà che essa presenta, tanto dal punto di vista culturale quanto da quello etico e sportivo. Inoltre, il Karate rimane ancora oggi una “via” di perfezionamento, sia interiore che esteriore, a patto, però, che lo si liberi da quelle sovrastrutture di interessi meschini e particolari da cui esso sembra oggi minato. Vedi le cinture nere e i dan regalati.

60°

Sessanta anni di tatami. Non è un record, ma i sei decenni di attività nelle Arti Marziali che il Maestro Berangario celebra quest’anno costituiscono un traguardo importante, probabilmente unico nel panorama nazionale. Abbiamo più volte parlato di tutto ciò che dà lustro alla sua intensa storia personale, quindi in questa occasione ci limitiamo a ricordare ciò che lega insieme tutti questi anni di dedizione assoluta al Karate e dona loro quel senso di levità grazie al quale il domani non è un giorno come gli altri ma un evento, l’occasione per imparare qualcosa di nuovo. Questo collante potentissimo è la PASSIONE, la forza che sta dietro tutti i grandi progetti umani.

La “Via del Karate”

Nel Karate, la formazione della persona deve procedere di pari passo con l’evoluzione tecnica…

Più si avanza nell’arte più si deve crescere moralmente e spiritualmente…

Diversamente non si sta seguendo la “Via del Karate” ma quella del virtuosismo sportivo…

o peggio della violenza.

La “Via del Karate”

Nel Karate, la formazione della persona deve procedere di pari passo con l’evoluzione tecnica…

Più si avanza nell’arte più si deve crescere moralmente e spiritualmente…

Diversamente non si sta seguendo la “Via del Karate” ma quella del virtuosismo sportivo…

o peggio della violenza.

Arti Marziali


La caccia alle streghe è una delle più antiche pratiche umane e di tanto in tanto, in questo film che si ripete nelle società di qualsiasi latitudine, a salire sulla pira sacrificale tocca alle Arti Marziali. Negli ultimi tempi, e in differenti contesti, ad esse è stata attribuita l’origine di diverse nefandezze, dalla violenza feroce con la quale alcuni giovani si sono scagliati contro loro coetanei alla cialtroneria di alcuni sedicenti maestri che, approfittando dell’ascendenza che hanno sugli allievi, si permettono di spacciare fantasiosi rimedi senza alcun riscontro scientifico.
Proprio questi infondati e pericolosi luoghi comuni mettono sul banco degli imputati un mondo, al contrario, ricco di cultura, sentimenti ed esperienze umane, costituito da decine di migliaia di praticanti di ogni età ed estrazione sociale che gli si dedicano con dedizione e impegno.
Fortunatamente, altre puntuali e circostanziate analisi sull’origine culturale, sociale e psicologica della violenza hanno invece mostrato quanto le Arti Marziali ne costituiscano un argine e non un incentivo.
È importante ricordare che il pilastro di questa cultura millenaria è senza dubbio la figura del Maestro, che nelle Arti Marziali rappresenta il mediatore che perpetua la tradizione, l’eterno allievo che non può mai smettere di cercare il proprio miglioramento personale, l’autorità che scardina i pregiudizi, la presunzione e la pigrizia degli allievi e il trascinatore che li fa appassionare.
Da ultimo, riportiamo un breve e significativo brano estratto da uno dei libri del Maestro Berengario, che commenta le fondamentali parole di Hironori Ohtsuka, fondatore dello stile Wado Ryu, la Via della Pace:
“Non c’è arte senza espressione dello spirito”. Questa frase di Hironori Ohtsuka, il fondatore del Karate moderno e profondo studioso del Budo, sintetizza la visione del mondo proposta dalle arti marziali. Esse non nascono, infatti, come mero strumento di offesa e difesa, ma come forma di meditazione attiva. In particolare, ricorda Ohtsuka, la traccia di questa origine è piuttosto esplicita nel termine Budo (la Via del Guerriero), che designa il complesso delle arti marziali di derivazione nipponica. Alla sua radice troviamo la parola Bu, che ha due antitetiche accezioni: la prima la individua come atto del “bloccare”, mentre la seconda rinvia alla “lotta”. Si possono quindi tradurre come “Via che conduce alla cessazione della guerra attraverso il disarmo” oppure “Via che conduce alla pace”.
Il Bu-do, quindi, è la “via che porta all’equilibrio eliminando i conflitti”, dove le tecniche di combattimento vanno considerate esercizi spirituali e si accompagnano a conoscenze filosofiche ed alla rettitudine etico-morale. La figura che riassume questo percorso è quella del saggio, propria a tutte le arti marziali di antica derivazione, vale a dire l’uomo che ha raggiunto uno stato di elevazione spirituale tale da permettergli di vivere degnamente la vita di ogni giorno, sia a livello interiore che esteriore. … Nel Budo i due elementi debbono conservare uno stato di equilibrio o, meglio, di con-fusione, in cui l’uno non prevalga sull’altro. Solo in questo modo il Budo può continuare ad essere la via che conduce alla pace e benessere per l’umanità. Senza una formazione spirituale solida l’esercizio non ha senso ed il mero uso della tecnica potrebbe trasformarsi in un danno alla società. In quest’ottica, a prescindere dai motivi per cui un allievo si può avvicinare al Budo, come la preparazione fisica, la difesa personale, l’acquisizione di forza per dimostrare la propria superiorità sugli altri, la bravura del maestro si misura nella sua capacità di modificare questa molteplicità di scopi. Egli dovrà dirottare le energie del praticante verso il mondo spirituale ed il miglioramento delle qualità umane, suscitando in primo luogo i sentimenti di amicizia e di rispetto per l’avversario. È questa commistione tra l’aspetto puramente fisico dell’allenamento e dell’esercizio delle tecniche di lotta e la formazione spirituale a decretare l’importanza della pratica delle arti marziali anche e soprattutto nella società contemporanea.