L’IMPORTANZA DI TROVARE UN MAESTRO

In una società come quella contemporanea che appare sempre più polarizzata e frantumata nel suo tessuto connettivo, si avverte sempre di più la mancanza di figure di riferimento. I maestri, quelli buoni, appaiono persone fuori luogo in un contesto dominato dalla velocità delle mode e dove mercato e media insegnano che tutto è possibile. Così accade che si senta parlare con insistenza solo di “cattivi maestri”, di coloro capaci di impartire lezioni dannose e di fornire un immagine falsa della realtà. Intellettuali e politici rintracciano troppo facilmente nella televisione la figura nefasta per antonomasia, per poi abbandonare, senza indicare un modello alternativo valido, gli operatori pedagogici di ogni ordine e grado al difficile compito di insegnare.

Il mondo dello sport non può certo sottrarsi alle responsabilità formative che gli derivano dal fatto di assorbire una porzione importante del tempo libero dei cittadini, sia di quelli ancora in età scolare sia di coloro che cercano svago ed esercizio fisico dopo il lavoro o lo studio. Che l’attività sportiva non sia solo un riempitivo lo sanno bene le Arti Marziali, visto che il loro presupposto è una filosofia ed una pratica di vita rivolte all’individuo, una via di autoperfezionamento sia esteriore che interiore. Tra queste, il Karate-Do, nel suo rifarsi al Budo, il codice etico dei Samurai che letteralmente significa “la via della pace”, è innanzitutto portatrice di valori tradizionali come il rispetto, il coraggio, la gratitudine, l’onore e la sincerità.

Nel Karate il Maestro non solo è indispensabile ma conserva ancora quel fondamentale carattere maieutico che Socrate attribuiva al filosofo. Come un ostetrica, infatti, il Maestro deve far nascere una persona complessa e matura scardinando le barriere che l’io erge a difesa del suo dominio, come pregiudizi e presunzioni, egoismo ed avidità, pigrizia e mancanza di acume. Egli deve saper trarre dall’allievo le doti migliori e nello stesso tempo far sì che quest’ultimo trovi la sua espressione, sia che si tratti del campione, del potenziale agonista o del semplice praticante. Questi concetti sono già riassunti nella parola giapponese Sensei, che traduce l’italiano Maestro ed etimologicamente sta a significare “persona dotata di autorità ed esperienza”.

Il Maestro di Karate deve essere un figura a tutto tondo dotata di doti carismatiche, che da un lato è il mediatore attraverso cui si tramanda una tradizione millenaria, dall’altro è un eterno allievo che non può mai smettere di cercare il proprio miglioramento personale. In una società come quella contemporanea, inoltre, deve sempre aggiornare ed adattare le proprie tecniche didattiche, soprattutto perché di fronte a sé ha ragazzi in via di formazione circondati da stimoli forti e, talvolta, colpiti da deficit di attenzione. Ecco allora che, come in qualsiasi altro contesto formativo, vista la difficoltà del compito, spesso alla via ortodossa illustrata finora si preferisca quella più semplice che tiene la barra a dritta verso l’interesse personale. Se è ovvio e necessario che anche il Dojo, il luogo dove si pratica il Karate, debba pensare alla sua sopravvivenza economica, soprattutto quando sempre maggiore si fa al concorrenza di discipline cosiddette “agonistiche”, meno ovvio è inventare forme di combattimento e difesa personale che scimmiottano queste ultime ma che poco hanno a che vedere con le Arti Marziali. Ancora peggio di queste condotte, che possono essere definite come piacionerie di marketing, e affidare il programma a cinture nere volenterose ma poco esperte e, soprattutto, prive della cultura necessaria, che finiscono per ridurre l’insegnamento alle pure tecniche di base.

Proprio questo atteggiamento intellettuale di taluni maestri è ciò che più penalizza il Karate e favorisce la diaspora di praticanti verso altri sport. Volente o nolente, quello del Maestro è un coraggioso lavoro di scavo che deve conquistare l’attenzione degli allievi con delle tecniche di facile presa, per radicare l’attaccamento alla sua Arte, deve poi far crescere in loro un motivo più profondo. Questo compito lento passa, necessariamente, attraverso un percorso in cui gli allievi vengono allontanati dai rumori di fondo ed educati alla sensibilità che li porti per gradi alla scoperta del proprio corpo e delle proprie sensazioni fisiche e, quindi, se stessi. Dimenticare questo significa rinnegare uno dei principi fondamentali enunciati da Gichin Funakoshi, l’inventore del Karate moderno: “Il Karate è come l’acqua che bolle, se non si tiene la fiamma alta diventa tiepida”.

Un allievo

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