1/9/1960

Questo post comincia con una data, che non si riferisce ad una nascita ma segna comunque un momento a partire dal quale dobbiamo calcolare il tempo passato, come per l’età. In quel giorno di 59 anni fa, infatti, il Maestro Berengario faceva il suo primo ingresso su un tatami, evento che ha segnato la sua vita, quella dei suoi cari e di buona parte dei più di mille allievi da lui avviati al mondo delle arti marziali.

Cinquantanove anni significano tanto, specialmente se paragonati alla velocità delle esperienze della nostra quotidianità. Riavvolgendo il nastro all’inizio della storia, come avviene spesso nei film, troviamo un giovane judoka che vuole crescere in fretta e che in pochi anni la fame di esperienze, tipica di quasi tutti i giovani maschi di ogni angolo del Pianeta, e di conoscenza, cosa più rara, conduce a praticare anche kendo, ju jutsu e, quindi, al karate.  Questo percorso avviene nei mitici anni ’60, quelli in cui le arti marziali, diffuse in Europa solo alla fine del secondo conflitto mondiale, costituivano ancora un universo sconosciuto e la pratica, riservata ancora a pochi, è basata sul contatto e la prestanza fisica, mentre di tecnica se ne sa poco e niente. A differenza di tanti ragazzi della stessa età che affrontano lo sport solo come valvola di sfogo per i bollori giovanili o dissipano i propri talenti in una miriade di esperienze finalizzate a se stesse, questa sorta di via d’iniziazione ha condotto il Maestro alla sua vera passione, al karate, arte marziale che ha trasformato nella sua attività lavorativa quotidiana e, ancor meglio, nella sua ragione di vita.

Il resto di questa storia, dei tanti campioni formati dalla Samurai Zen Club, dell’attività pedagogica e di quella editoriale, di una fama che arriva fino al Giappone, lo abbiamo raccontato in diversi altri post. Quello che volevamo fare qui, invece, è inquadrarla in una riflessione generale sulla vita. Sarebbe troppo semplice rubricare tale percorso sotto il segno della fortuna, oppure del talento naturale. Tutto ciò non guasta, è vero, ma l’esperienza del Maestro Berangario mostra che ciò che fa la differenza è il lavoro ostinato ed assiduo di ogni giorno, lo spirito di sacrificio e abnegazione con il quale lo si affronta, è la consapevolezza dedicarsi ad una causa che va ben al di là della propria stessa vita. Sveglia alle 5, allenamento e quindi studio delle tecniche, mentre il pomeriggio è dedicato all’insegnamento: questa è la sua giornata tipo, dove la novità arriva dall’imparare qualcosa di nuovo a dallo scoprire qualcosa di diverso in ciò che già conosceva.

A differenza di quanto proclamano le sirene del marketing per richiamare i consumatori, nella nostra esistenza non tutto è possibile, ma questa storia dimostra che la passione aiuta a trovare la propria strada e ad andare avanti anche quando si fa impervia.

 

Un allievo

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