Karate: è ancora un’arte marziale

Provate a chiedervi come sarebbe la vostra vita se dimenticaste  la vostra storia, la vostra cultura, la ricchezza delle vostre esperienze e delle vostre relazioni. Non sarebbe un bel vivere, forse non sarebbe neanche più la vostra vita ma una mera sopravvivenza regolata dai bisogni primari. Ad ascoltare le parole del Maestro Berengario sembra sia questo il destino riservato al Karate ed ai suoi praticanti. Quale può essere, infatti, il presente e, soprattutto, il futuro di questa disciplina quando il suo insegnamento, privato di tutto quell’insieme di conoscenze filosofiche, mediche, storiche e spirituali che ne fanno un’Arte Marziale, viene ridotto a poche tecniche, efficaci quando si tratta di vincere una gara di kumite o di kata ma inessenziali quando si tratta di tracciare una Via che ha come obiettivo la crescita dell’individuo e della società in cui vive? Il karate sportivo, come ricorda spesso il Maestro ai suoi allievi, ha una sua ragione di esistere ed è fondamentale per dare lustro ad una disciplina difficile, che tuttavia non trova nelle competizioni il suo unico motivo di esistere. Di più, un karate che si priva di Bunkai, Ohio e Kihon kumite, Itori, Tanto Tori, Tachi Tori e tante altre tecniche legate alla tradizione non è che uno sport da contatto come tanti altri, soggetto alla concorrenza ed alle mode proprio perché come questi ultimi se si adegua al basso insegnando ai praticanti le poche tecniche di base necessarie a spedirli alla prima gara parrocchiale in circolazione. 

Qualcuno potrebbe obiettare che è la società nel suo insieme che sta cambiando, che è sempre più difficile coinvolgere le persone su temi più “alti” e pretendere di dimostrare la buona salute del Karate dalla visibilità offerta dai media proprio alle gare di kumite e kata, quindi dall’essere rientrato tra le discipline che vedranno l’attribuzione di medaglie d’oro nel prossimo appuntamento olimpico – che guarda caso avrà luogo proprio in Giappone, patria di questa e di altre arti marziali. Ma così come un romanzo che diventa un bestseller  non è sinonimo di diffusione della cultura, una gara di karate trasmessa in diretta tv mondiale non è necessariamente un bene per il movimento, anzi. Presi nel loro insieme, incremento delle vendite ed esposizione mediatica non sono che due facce della stessa medaglia, vale a dire dello scivolamento in ambito commerciale di tutto ciò che riguarda l’individuo, immaginato solo come consumatore. 

L’impoverimento culturale del karate è riscontrabile dalla base del movimento, nei gruppi sportivi, lì dove avviene il confronto tra i maestri e i praticanti. Il maestro, che la tradizione vuole  depositario di una profonda cultura, dell’onore-dovere di tramandarla e figura di riferimento ed esempio in primo luogo morale, è oramai un insegnante male o poco preparato, vuoi perché non ha interesse ad approfondire la propria conoscenza vuoi perché provenendo dall’agonismo ha nel proprio bagaglio solo le tecniche che servono a ottenere un punto in gara. Troppo spesso, assume i connotati di direttore commerciale di una palestra, che demanda alle cinture nere il compito di intrattenere gli iscritti riservando il suo impegno a attività volte alla fidelizzazione dei clienti, come il rilascio cinture alla fine di ogni corso quasi fossero brevetti, e di promozione del marchio. Come risultato di tutto questo, ritroviamo ragazzini di 10 anni in cintura nera, come se questa fosse il premio destinato a chi ottiene una vittoria in una gara e non il culmine di un percorso di maturazione personale e culturale che richiede non meno di quindici anni di pratica, periodo necessario a far sì che la crescita delle conoscenze si saldi con quella caratteriale. Sprovviste di tale preparazione, considerata un peso inutile, alla fine della carriera agonistica queste giovani cinture nere hanno di fronte a loro due possibili strade, entrambe negative per la disciplina: da una parte l’abbandono, esito naturale per chi pensa di non avere più niente da ottenere o da dare, dall’altra l’insegnamento, considerato un mestiere come un altro e non un’arte che per essere intrapresa richiede un’autentica vocazione , senza la quale si galleggia su un’inconsapevole superficialità dannosa tanto alla disciplina, che si finisce per impoverire ulteriormente, quanto agli allievi, che non si è in grado di accompagnare e supportare in un percorso di maturazione fisica e intellettuale. 

La responsabilità maggiore di questo declino va tuttavia addossata alle federazioni, che stanno ora  raccogliendo i frutti di un lavoro di corrosione delle fondamenta cominciato da molto tempo. Già cinquant’anni fa, la parcellizzazione del movimento in tante sigle e derivazioni varie, ognuna gelosa custode delle tecniche ricevute dal maestro giapponese con cui aveva istituito un legame, ha impedito che si venisse a creare un patrimonio condiviso cui i maestri potessero fare riferimento. Nel Wado Ryu, ad esempio, qualche maestro si limita ad insegnare tecniche e kata di base, in maniera approssimata direi, ma pochi arrivano ad integrare nel loro programma Bunkai e Waza kumite. Poi è arrivato il momento della contaminazioni con altri sport da contatto, come è avvenuto con l’introduzione dell’uso di corpetti e paramenti che trasformano il kumite in un gioco per educande dell’800. Oggi siamo al punto che, per non andare troppo sul difficile con jun tsuki e jako tsuki, si intrattengono i ragazzi con attività ludiche e giochi di destrezza. Questo processo ha poco o nulla a che fare con le arti marziali, ma con una politica che, attraverso la crescita del numero degli iscritti, ha come obiettivo la cura degli interessi dei quadri dirigenziali.  Ma poi, viene da chiedersi, è veramente questo il modo di curare questi interessi? Forse no, a giudicare dalla permanenza media degli iscritti nelle palestre, che cambia a secondo della moda del momento. Il modo migliore di curare il bene proprio e, soprattutto, del karate ha una solo strada e passa per il recupero della sua cultura tradizionale, per il ritorno alla premiazione del merito e della conoscenza. I nostri tatami potranno tornare ad essere pieni come negli anni Settanta, solo se il karate torna ad essere un’arte (marziale) per la vita, che accompagna i praticanti dall’infanzia alla vecchiaia.

Maestro Chiriaco Berengario

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