IL KARATE COME STRUMENTO DI PACE

Estratto dagli archivi del Maestro Berengario.

“Non c’è arte senza espressione dello spirito”. Questa frase di Hitonori Ohtsuka, il fondatore del Karate moderno e profondo studioso del Budo, sintetizza la visione del mondo proposta dalle arti marziali. Esse non nascono, infatti, come mero strumento di offesa e difesa, ma come forma di meditazione attiva. In particolare, ricorda Ohtsuka, la traccia di questa origine è piuttosto esplicita nel termine Budo (la Via del combattimento), che designa il complesso delle arti marziali di derivazione nipponica.

Alla sua radice troviamo la parola Bu, che ha due antitetiche accezioni: la prima la individua come atto del “bloccare”, mentre la seconda rinvia alla “lotta”. Prese nel loro insieme le due polarità danno il vero significato del “Bu”, vale a dire “fermare la guerra”. Il Bu-do, quindi, è la “via che porta alla felicità eliminando i conflitti”, dove le tecniche di combattimento vanno considerate esercizi spirituali e si accompagnano a conoscenze filosofiche ed alla rettitudine etico-morale. La figura che riassume questo percorso è quella del saggio, propria a tutte le arti marziali di antica derivazione, vale a dire l’uomo che ha raggiunto uno stato di grandezza spirituale tale da permettergli di vivere degnamente la vita di ogni giorno, sia a livello interiore che esteriore.

In Giappone il cammino del Bu è stato lungo e travagliato. Nel periodo medioevale, quando il paese era afflitto da continue guerre, il suo obiettivo era quello di sconfiggere i nemici. Strumento principe dei temibili samurai, ed identificato col nome di Bujutsu (tecnica guerriera), il Bu è stato comunque in grado di conservare i suoi elementi fondamentali, come perfezionamento tecnico, esercizio del coraggio ed aumento della forza fisica. Nella più tranquilla epoca feudale il Bu ha potuto sviluppare il suo aspetto spirituale, a partire dalle virtù di lealtà, sacrificio ed abnegazione, che ben si combinavano con la fedeltà dovuta al signore locale ed all’imperatore. È nel corso del periodo Togukawa (1600-1868), sotto l’influenza del Confucianesimo, che il Bujutsu ha subito quella definitiva trasformazione in via spirituale. Aperto a tutti gli altri strati della società (artigiani, commercianti, agricoltori) e non più solo ai guerrieri, il Bu-do ha poi conservato intatte le sue peculiarità sino ai nostri giorni, malgrado tragici eventi, culminati col bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, abbiano avversato la storia del Giappone e del Mondo.

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Quella che può sembrare una differenza tra Jutsu (arte) e Do (spirito), è in realtà una mera distinzione formale, perché non può esserci arte senza la co-presenza dello spirito. Nel Budo i due elementi debbono conservare uno stato di equilibrio o, meglio, di con-fusione, in cui l’uno non prevalga sull’altro. Solo in questo modo il Budo può continuare ad essere la via che conduce alla pace e benessere per l’umanità. Senza una formazione spirituale solida l’esercizio non ha senso ed il mero uso della tecnica potrebbe trasformarsi in un danno alla società. In quest’ottica, a prescindere dai motivi per cui un allievo si può avvicinare al Budo, come la preparazione fisica, la difesa personale, l’acquisizione di forza per dimostrare la propria superiorità sugli altri, la bravura del maestro si misura nella sua capacità di modificare questa molteplicità di scopi. Egli dovrà dirottare le energie del praticante verso il mondo spirituale ed il miglioramento delle qualità umane, suscitando in primo luogo i sentimenti di amicizia e di rispetto per l’avversario. È questa commistione tra l’aspetto puramente fisico dell’allenamento e dell’esercizio delle tecniche di lotta e la formazione spirituale a decretare l’importanza della pratica delle arti marziali anche e soprattutto nella società contemporanea.

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