Il punto di vista di un praticante
Chi come me frequenta la Samurai Zen Club da tanti anni, sa che non è una semplice palestra di karate, dove si va a fare un po’ di sport, ma un dojo, vale a dire un luogo in cui si esercitano arti marziali. Come tutte le pratiche di derivazione orientale, queste non si esauriscono nel mero atletismo poiché sono da sempre un percorso di perfezionamento spirituale nonché il tradizionale veicolo di valori etici. Tutto ciò si compie attraverso l’apprendimento e la ripetizione delle conoscenze tecniche e teoriche ed implicano disciplina, sacrificio, costanza, crescita culturale, rapporti umani improntati all’amicizia e al rispetto e la partecipazione costante alla vita del dojo stesso. La strada che porta dallo stadio di principiante a quello di cintura nera raramente dura meno di dieci-quindici anni e presuppone la maturazione dell’allievo, sia a livello tecnico che caratteriale. Per trasformare una cintura nera in maestro, poi, il cammino è ancora più lungo, visto che non basta conoscere la tecnica, ma occorrono doti pedagogiche e umane, cultura, carisma e disponibilità assoluta verso la disciplina.
Questo bel discorso, però, si scontra con evidenze che lo contraddicono. Basta navigare su internet per ritrovare ex allievi della Samurai Zen Club, meteore che hanno calcato il suo tatami per poco tempo e senza lasciare traccia della loro presenza, ora titolati maestri di karate ed altre arti marziali o sport da combattimento. Oppure fare un giro sui social network e rintracciare le immagini di ex compagni d’allenamento, poco attenti allo studio della cultura e della tecnica, che esibiscono soddisfatti la loro fiammante cintura nera, degradandola così da modo di essere a futile oggetto. Allora, che ne è della rigorosa etica dei samurai di cui tanti parlano infervorati, che ne è dell’orgoglio e dell’onore che deriva dalla buona pratica svolta negli anni quando c’è chi indossa un simbolo che sa di non valere, chi lo svende per pochi spicci e chi si fa rappresentare sul territorio da tali personaggi ? Tutto il movimento ne esce ridimensionato, per non dire screditato.
Questi esempi mostrano come anche una cultura millenaria non sia servita a porre il mondo delle arti marziali al riparo dal messaggio veicolato dalla società in cui viviamo, che predica “tutto e subito”. Dal momento che viviamo in un grande mercato, anch’esse sono diventate attività commerciali. Questa deriva è cominciata qualche anno fa con la spinta verso il settore agonistico, che dà maggiore visibilità e contrasta la concorrenza di nuovi sport da contatto – che dopo una settimana dall’iscrizioni spediscono gli allievi in gara. È continuata con l’abbassamento dei livello tecnico delle lezioni e la conseguente impreparazione di cinture nere e quadri tecnici, e sta andando avanti con la proliferazione di stage e corsi intensivi che, con poche e ben pagate lezioni, promettono ai frequentanti chissà quali salti di qualità. Anche le gare, attraverso esose quote d’iscrizione, sono diventate macchine mangiasoldi. In quest’ottica gli allievi non sono più persone da far crescere, ma una mera fonte di reddito, dei clienti da soddisfare e esibire come pubblicità.
Cosa sono diventati, allora, il maestro, il dojo e le federazioni e con quali ripercussioni sugli allievi? Il Maestro non è più la figura centrale di trasmissione di cultura, ma un imprenditore il cui scopo è quello di intrattenere e fidelizzare i clienti. Agli adulti insegna le poche tecniche che conosce e agli agonisti quelle che in gara portano punti, mentre per i più piccoli organizza una ludoteca. È sostanzialmente colpa sua se le cinture non costituiscono più un simbolo che rappresenta valori culturali e morali, ma un valore in sé o, meglio, un prodotto da vendere. Il dojo, luogo d’allenamento e insieme di studio e meditazione, è oggi sostanzialmente uno spazio d’intrattenimento, dove è venuta a mancare anche lo strumento d’insegnamento basilare, la disciplina. Sacrificio, rispetto per le regole e gerarchie sono valori desueti, annoiano e fanno fuggire gli iscritti, e poi spaventano i genitori dei bambini. Le federazioni, infine, che dovrebbero occuparsi della valorizzazione delle arti marziali, sono oggi centri di potere che gestiscono fondi, organizzano eventi agonistici come fossero fiere di paese e utilizzano le sessioni d’esame come strumenti di marketing e come bancomat.
Per gli allievi le conseguenze sono devastanti e qui ne accenno qualcuna. Gli agonisti, al temine della breve stagione delle gare, abbandonano il tatami perché nessuno ha loro insegnato che il karate è altro, è qualcosa che, come direbbe uno sponsor pubblicitario, è per tutta la vita. Se poi qualcuno di loro (malauguratamente) decide di continuare, diventerà un maestro privo di solide basi tecniche e culturali. Ci sono poi gli adulti di ogni età che arrivano in palestra alla ricerca di svago e sfogo allo stress. Questa superficialità non li aiuta a vivere l’allenamento come un rituale di liberazione delle spirito né ad esercitare quel pensare in maniera diversa che avrebbe tante ricadute positive nelle loro attività quotidiane. Ma la penalizzazione maggiore penso sia quella che tocca i più piccoli, spesso parcheggiati in palestra da genitori distratti o costretti a subire un tour de force che li impegna ogni giorno in più discipline (sport diversi, musica, arte…..). Distratti e annoiati, vengono lasciati nelle mani di maestri impreparati a sfruttare l’enorme potenziale pedagogico, cognitivo e motorio delle arti marziali. Il compito (complesso) di questi ultimi dovrebbe essere quello di fare capire ad allievi e genitori che differenza c’è tra quella disciplina che poco sopportano, ma li salvaguarda da future restrizioni e fa crescere la forza mentale, e la libertà che li condanna all’indifferenza; spiegare che quegli esercizi difficili che ripetono quasi meccanicamente in realtà li preparano a confrontarsi con i propri limiti, le proprie insicurezze ed a resistere alle difficoltà. Ma un maestro serio queste cose le sa e non è disposto ad abdicare alle proprie idee e alle proprie responsabilità per correre dietro ai clienti.
Un allievo