IL KARATE, UN’ARTE PER AMATORI

Non arriveranno mai in televisione, tantomeno potranno diventare famosi. Eppure due, tre volte a settimana si presentano in palestra, regolari, immancabili, sfidando quelle leggi della fisica quotidiana che si chiamano lavoro, famiglia, mezzi pubblici, traffico, stanchezza e studio, per i più giovani. Malgrado possano non essere d’accordo i puristi di una tradizione che rintraccia solo nel Karate agonistico la vera Arte Marziale, agli sportivi amatoriali spetta l’importante compito di salvaguardare una cultura che pretende di combinare la millenaria tradizione orientale con la moderna concezione dell’attività motoria e con fini educativo-sociali. Infatti, se il Karate come Via (Do) è una disciplina fondata su presupposti psicologici e filosofici, il cui scopo è quello di far maturare nell’individuo un carattere ed una personalità equilibrata, esso non può esaurirsi, come troppo sovente si lascia ad intendere, con la gara, di combattimento individuale o di Kata che sia. La competizione è il suo corollario, la sua immagine migliore, se vogliamo, ma è una stagione che si esaurisce velocemente. Soprattutto, non permettendo un sostentamento come gli sport professionistici, coinvolge un numero di persone limitato rispetto al suo bacino di utenza del Karate. Ovviamente, nel Dojo la presenza degli agonisti è un fattore di stimolo, importante per alimentare lo spirito di emulazione, ma, rispetto a loro, gli altri praticanti sono liberi dall’ansia di conquistare il punto a tutti i costi e dai condizionamenti della preparazione atletica.

A partire dai primi anni dell’infanzia fino al momento in cui la natura e la salute lo permettono, si apre il grande spazio del Karate amatoriale, percorso in cui è possibile dedicarsi all’apprendimento ed all’esecuzione di colpi e parate di base, quindi di kata, bunkai e kihon. Inutile nascondere le difficoltà iniziali, in alcuni casi tali da avere un effetto dissuasivo sui principianti. Tuttavia, ripetendo con metodo ed applicazione gli stessi gesti, lezione dopo lezione, anche le tecniche che sembravano impossibili finiscono per essere metabolizzate ed eseguite in maniera istintiva. Questo esercizio non è fine a se stesso e non esaurisce i suoi effetti nel solo campo sportivo. Sul piano caratteriale l’allievo impara a sfruttare al meglio le potenzialità del proprio corpo, ad acquisire fiducia in se stesso e, quindi, ad affrontare anche quei limiti che sembrano invalicabili. Inoltre, come hanno rivelato recenti studi scientifici, indipendentemente da bravura, abilità e performance conseguite, l’esecuzione di esercizi fisici complessi fa crescere il cervello e sviluppa le interconnessioni tra aree neurali.

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Le resistenze che si incontrano sulla strada che fa del Karate uno strumento creativo per sviluppare le proprie potenzialità, a qualsiasi livello lo si pratichi, provengono soprattutto dall’ambito psicologico. Senza pretendere di accogliere integralmente la filosofia Zen, i cui concetti possono risultare ostici per la nostra mentalità occidentale, è comunque evidente in molti allievi la difficoltà di ingaggiare una fruttuosa competitività con se stessi. Lo scoglio contro cui è più facile infrangersi è il pregiudizio di non poter cambiare, l’“io sono fatto così”. Dietro questa frase si trincerano sia coloro che si presentano sul tatami alla mera ricerca di svago, sia, all’opposto, quei praticanti che esasperano l’allenamento alla ricerca dell’affermazione a tutti i costi. Non bisogna poi dimenticare coloro che pretendono di misurare in termini scientifici i tempi di percorrenza tra i passaggi di cintura. In questa categoria vanno iscritti anche quei genitori che riversano sui figli il proprio bisogno di soddisfazioni personali.

Questi atteggiamenti contraddicono lo spirito del Karate e sono riduttivi per chi lo pratica. Concentrarsi nell’allenamento e pretendere da se stessi una continua evoluzione del gesto tecnico, come insegnano gli orientali, è parte integrante della formazione culturale e psicofisica, senza la quale il Karate si trasformerebbe in uno dei tanti sport di combattimento. Senza volerli demonizzare, questi ultimi rispondono ad una diversa esigenza del pubblico e sono lo specchio di una società basata essenzialmente sul business, in cui il giro d’affari che ruota intorno allo sport raggiunge la ragguardevole porzione del 3% PIL. Insegnare tecniche “prêt à porter”, concedere cinture come mezzo di promozione e fidelizzazione, sono strumenti di un mercato che abilmente sfrutta i sogni di tutti per vendere di tutto. Il Karate, al contrario, è un’Arte per amatori, nel senso pieno del termine, e non può accettare scorciatoie.

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