Il Karate è una disciplina difficile ed anche campioni affermati non possono esimersi da un assiduo esercizio. Le difficoltà tipiche di questo sport non sono legate solo al valore dei rivali ed alla prontezza dei giudici nel riconoscere chi per primo ha portato il colpo vincente, ma riguardano da vicino la preparazione tecnico-atletica e psicologica dell’atleta. Parafrasando Sun-tsu, autore de “L’Arte della guerra”, si può dire che l’incontro deve essere vinto ancora prima di salire sul tatami. Questo atteggiamento presuppone una coscienza di sé ed una consapevolezza nei propri mezzi che portino a scegliere in maniera istintiva la tecnica più appropriata di fronte all’avversario. Più in generale, è l’acquisizione di tale mentalità ad identificare il Karate come Via (Do) fondata su presupposti psicologici e filosofici, il cui fine è quello di far maturare nell’individuo un carattere ed una personalità equilibrata. Il combattimento, per quanto importante, è solo il giusto corollario. Tutto ciò è già contenuto in quello che si può considerare il suo primo comandamento, per il quale “il Karate non ha scopo offensivo” (Karate ni sente nashi).
L’apprendimento di questa Arte non può quindi prescindere da un lavoro continuo e costante sulla persona, sia da parte del maestro sia da parte dell’allievo. A questo approccio non possono sottrarsi né l’agonista né chi lo vuol praticare per tonificare il proprio fisico, per riabilitarsi dal punto di vista motorio o per riprendersi dallo stress quotidiano, tantomeno bambini e ragazzi alle prese con la formazione fisica e caratteriale. Relegarlo al mero status di hobby, ma anche considerarlo solo dal punto di vista agonistico, del Kumite, significa smarrirne le peculiarità, impoverirlo, rinnegare le sue capacità di far crescere l’individuo in sé e per la società.
Alla luce di queste considerazioni, appare singolare non tanto l’attaccamento alla “cintura” da parte dei praticanti, o dei genitori nel caso dei più piccoli, quanto la facilità con cui esse vengono concesse da parte dei maestri, spesso per contrastare la concorrenza di altre discipline di combattimento che poco hanno in comune con le Arti Marziali. Così è diventato sempre più frequente vedere ragazzi di tredici o quattordici anni con cinture blu, marroni o perfino nere. Ma, se è vero che non esiste un calendario che preveda la permanenza in una cintura ed il momento in cui è possibile sottoporsi ad esame, è altrettanto vero che i gradi che separano la cintura bianca da quella nera costituiscono un graduale e prezioso percorso di crescita e maturazione. Per formare in maniera adeguata una cintura nera sono necessari almeno dieci, dodici anni di costante studio e allenamento, in piena applicazione di un altro precetto del Karate, che vuole la conoscenza insita nella mente e non intorno alla cintola.
È indiscutibile che quello della “cintura” è ormai diventato per il Karate un vero e proprio problema, poiché sintomo di una mentalità sempre più diffusa che, dimenticata l’origine, lo individua come mera disciplina sportiva. Questa perdita di valore delle cinture si accompagna con lo svuotamento di contenuti di un insegnamento che non mira più né alla quantità né alla qualità delle tecniche, ma, riformulato su basi fondamentalmente commerciali, si limita ai rudimenti basilari di attacco e difesa che esercitano tanto fascino sui ragazzi.
Articolo molto interessante, grazie per queste pubblicazioni che per un praticante sono molto utili sapere.
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