UNA SCELTA DI CAMPO

Accomunare arti marziali e sport da combattimento viene facile e naturale ai non addetti ai lavori. Per gli specialisti, al contrario, questo è un accostamento che non ha proprio ragione di esistere e, anzi,  è foriero di confusione. È importante avere le idee chiare anche su questa materia, soprattutto quando si tratta di scegliere la disciplina da praticare nel tempo libero o quella più adatta ad aiutare la crescita dei propri figli. Tra i due mondi i più importanti motivi di discrimine riguardano l’origine e la cultura di riferimento. Arti marziali sono soltanto le discipline orientali, su questo non si possono aver dubbi. Pur nascendo come tecniche da guerra e difesa personale, esse sono state mediate nel tempo da conoscenze filosofiche e religiose riconducibili fondamentalmente a Buddismo, Confucianesimo e Taoismo, tanto che nella loro forma definitiva i due elementi, il guerriero e lo spirito, si sono fusi in un universo unico. È questa la ragione che identifica tutte le arti marziali giapponesi con il suffisso “Do” traducibile come Via, percorso di realizzazione interiore, che ritroviamo nel Karate-Do (la Via della Mano Vuota), nel Ju-Do, nell’Aiki-Do, nel Ken-Do e nel JuJistsu. Sull’altra sponda del Mar della Cina sono nati il Kung Fu, il Tai Chi Chuan, in Thailandia si è sviluppato il Muay Boran (Mae Mai Muay Thai) mentre in Corea in Taekwon-Do. Le arti marziali fanno quindi parte dell’universo che in Oriente accomuna diverse pratiche di meditazione attiva, come la cerimonia del tè tanto per fare un esempio. In queste discipline il perfezionamento del gesto tecnico, portare il colpo nel nostro caso, non è fine a se stesso, ma è la pratica attraverso cui l’uomo annulla il suo Io per dare modo al suo spirito di fondersi con lo spazio, il tempo, l’ambiente esterno e l’oggetto.

Gli sport da combattimento, al contrario, preparano l’individuo per un obiettivo specifico: la gara. Escludendo in questa sede la trattazione della Boxe, possiamo dividere tali sport in due categorie. Nella prima sono comprese la derivazione sportiva delle arti marziali, quindi Karate, Judo, JuJitsu e Kung Fu. Introdotte in Occidente nel secondo dopoguerra da ex militari tornati dal Giappone, queste arti hanno perso la loro componente culturale in favore della connotazione agonistica. Esse hanno tuttavia conservato la dimensione marziale, che si riflette nell’importanza attribuita alla correttezza del movimento, della postura e della gestualità. A differenza degli originali, queste discipline non hanno principi regolativi di natura filosofica, ma specifiche norme  che dividono i partecipanti alle gare per classi di peso ed età e che prescrivono le zone del corpo in cui è possibile colpire, la durata degli incontri ed i punteggi da assegnare ai vari colpi.

Ci sono poi altri sport di recente origine, molto legati alle mode del momento, che fanno dell’eclettismo la loro caratteristica principale. Almeno nel nome il più esplicito è l’MMA, ma appartengono a questa categoria anche Kick Boxing, Full Contact, K1, Krav Maga e l’oramai desueto Savate, il primo a nascere negli anni Sessanta del secolo scorso. Per tutte queste discipline l’importante è che il colpo arrivi a segno e sia efficace, molto meno che sia anche tecnicamente ortodosso.

La differernza pricipale con le vere arti marziali, degne di questo nome, risiede proprio nella mancanza di spiritualità e di studio della perfezione tecnica. Occorre inoltre precisare che, in termini di efficacia, il Karate Tradizionale non ha certo nulla da invidiare a questi moderni sport da combattimento. Infatti, praticato a livelli seri, conduce allo sviluppo di tencnica e potenza che, uniti allo studio dei punti vitali del corpo umano ed alla prontezza mentale conducono il praticante ad un livello di consapevolezza superiore.

Questa serie di differenze si riflette nel diverso approccio pedagogico. Il Maestro tradizionale sarà interessato all’allievo come individuo, a prescindere dall’età e dalla sue condizioni fisiche, mentre nel caso degli sport da combattimento l’istruttore prediligerà giovani da avviare alla gara. Nella sua storia la Samurai Zen Club ha cercato di mediare tra queste due correnti. Il ritorno alla tradizione orientale ha significato la coniugazione di quegli orizzonti culturali con la mentalità occidentale ed il Karate sportivo. I premi ricevuti dal Maestro Berengario per la sua attività divulgativa e le vittorie dei suoi allievi costituiscono la testimonianza della riuscita di questa difficile integrazione e di come anche in Occidente le arti marziali possano trovare terreno fertile.

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