Un estratto del nuovo libro del Maestro Berengario, un brano pieno di significato, che va letto attentamente e con cura.
In effetti, sebbene questo approccio di tipo “comparativo” possa ritenersi concettualmente errato, oltre che un vizio diffuso, in origine quello che oggi viene definito karate era più semplicemente denominato te (mano) o tode (mano cinese). Inoltre, per quanto strano possa sembrare, il karate non ebbe una presa folgorante, immediata sulla società del XX secolo. Esso appariva, perlopiù, come una delle tante varianti di pugilato cinese. Aspetto che non aiutava la diffusione, vista la forte tendenza nazionalistica di cui era pervaso in quel periodo il Giappone. Il karate di Okinawa, con gli ideogrammi che richiamavano una matrice culturale cinese, rischiava di rimanere sostanzialmente estraneo al mondo del budo giapponese, erede spirituale degli aristocratici samurai. Il termine karate in origine era scritto con degli ideogrammi che, più o meno, significavano “mano di tang” (dal nome, pare, della dinastia regnante in Cina tra il VII ed il X secolo d.c). Di conseguenza, questa espressione tendeva irrimediabilmente a creare un’allusione diretta alla cultura ed alle influenze continentali. In questo ambiente culturale dall’impronta piuttosto xenofoba, Funakoshi, che era un giapponese di “provincia” e per di più di un’isola piuttosto remota, si rese conto che era necessario trovare una grafia che, senza comprometterne la diffusione a causa della sua indiscutibile origine cinese, ne restituisse sinteticamente i valori originari. Circa questo aspetto sarà opportuno fornire alcune delucidazioni su cui gli studiosi di lingue orientali, giustamente, insistono molto. A differenza dei sistemi di scrittura alfabetici (segni elementari che si ripetono), quella ideografica(kanjii) è composta dalla combinazione di un numero ristretto di elementi grafici, combinati attraverso un enorme repertorio di forme astratte, in grado di creare senza sforzo matrici di nuove forme ed il cui significato viene agganciato attraverso i sottili rimandi concettuali che le immagini ispirano. In tal modo nuovi percorsi di espressione e di lettura si schiudono davanti al lettore a prescindere dal puro suono ed il cui senso va contestualizzato. In questo ambito nacque l’idea di sostituire nella scrittura del nome segni di significato diverso ma di medesimo suono: nel momento in cui agli ideogrammi con cui veniva scritta questa espressione venne data una lettura adatta alla pronuncia locale, le tecniche di Okinawa diventarono kara te do ovvero la via della mano vuota. Sebbene qui si tratti di arti marziali, la parola “do” non deve trarre in inganno. La sua traduzione corrisponde a sentiero, cammino, da cui via, metodo di autodisciplina, percorso formativo in senso ampio. Ma questo aspetto non è di esclusiva pertinenza dei metodi di combattimento né tanto meno di prevalenza zen, sebbene suggestioni letterarie e filosofiche ne potrebbero suggerire una sorta di affascinante preminenza. Diversamente, nell’ambito della cultura giapponese i sistemi religiosi e di pensiero stratificatisi nel corso della storia hanno finito col generare un concerto di elementi eterogenei ed il concetto di do ha finito col contemplare tutte quelle attività che si profilano come un mezzo per raggiungere un equilibrio armonico con la natura. Motivi tipici di questa cultura sono la semplicità dell’ispirazione naturale, la moderazione, la spontaneità. Essa valorizza tutte quelle attività che tendono a mostrare direttamente l’animo umano e che nel loro avverarsi quotidiano svelano le energie spirituali naturali che vi soggiacciono, realizzando cosi una sorta di sottesa spiritualità rivolta al mondo ed alle attività che lo comprendono, protesa verso gli orizzonti infiniti dello spirito originario. Da qui quella comunanza tra attività apparentemente distanti e diverse per natura (come, ad esempio, il tiro con l’arco o l’arte di disporre i fiori ed altre ancora). Con il termine Karatedo Funakoshi sintetizzava le esigenze espressive di una disciplina che stava cambiando pur volendo restare ancorata alla tradizione. La diffusione del Karate al tempo era limitata al solo arcipelago delle Ryu Kyu e sebbene l’insegnamento e la trasmissione delle tecniche avessero subito già delle importanti modifiche (da una pratica esclusiva quasi esoterica ad una materia scolastica all’interno di un moderno programma di educazione fisica, da un kata ogni tre anni ad allenamenti e kata di gruppo), al di fuori del suo ambiente originario sembrava facilmente perdere quei connotati specifici che ne costituivano i valori originari, da qui l’idea di chiamarlo karatedo “il sentiero della mano vuota”, al fine di precisarne ed enuclearne sin nel nome le caratteristiche essenziali di arte comunque formativa e non solo combattiva, fondata sulla crescita caratteriale sia in senso morale che spirituale( è questo il senso dell’espressione ningen keisei) e non solo in termini di abilità e qualità tecniche. Seppur proiettato in una dimensione didattica e linguistica nuova, il te si proponeva come un metodo tradizionale, cioè un Mighi, termine che partecipa dello stesso valore semantico di Do.
Dal punto di vista della curiosità storica è interessante notare che la definizione “mano vuota” per indicare il te, secondo alcuni, potrebbe non essere completamente nuova. Sarebbe già stata usata in precedenza dal maestro Nagashige Hanagusuku per definire l’arte di Okinawa attorno al 1905, in alcuni scritti personali non destinati alla pubblicazione. Ancora prima, all’incirca nel III secolo d.c., sembra che questa definizione (“k’ung shou” in originale) fosse uno dei termini con cui si indicavano in Cina le forme di autodifesa a mano nuda.