Che ne sarà del Karate?

Un altro articolo del M° Berengario, lo riporto così come lo ha pensato Lui.

 

Che ne sarà del karate?

Osservando da vicino il panorama offerto dalla disciplina, con gli occhi di chi la ama e le ha dedicato tutta la sua vita, questa domanda sorge dal profondo del cuore. Il suo presupposto non è la nostalgia dei bei tempi andati, che spesso e volentieri mitizzano un passato mai esistito. Il karate praticato e insegnato cinquanta anni fa, quando qualche coraggioso l’ha introdotto in Europa, non brillava per cultura e varietà di tecniche. Il fascino della nuova disciplina richiamava nelle palestre frotte di neofiti e, vista la generalizzata mancanza di “esperti”, non si trovò di meglio che trasformare in maestri di karate le cinture nere di altre arti marziali grazie ad un breve corso. Rispetto a quanto codificato dai fondatori del karate moderno, Funakoshi e Otsuka su tutti, quella disciplina era la parente povera, sia dal punto di vista tecnico che da quello culturale, poiché basata meramente sulla forza. La successiva diffusione dei film di Bruce Lee ha alimentato l’immagine caricaturale di una disciplina di calci e cazzotti. Grazie ad un lavoro capillare durato decenni, fatto di studio, esercizio e riflessione, il patrimonio tramandato dai fondatori è stato riscoperto, assimilato e valutato in funzione del suo enorme contenuto. Kata e Bunkai, Ohyo e Kihon Kumite,  Waza e Taoshi Waza, Itori e Tanto Tori non sono solo tecniche di difesa e attacco, ma il punto di approdo di una cultura millenaria che ha fatto delle arti marziali il veicolo di trasmissione della sua filosofia e delle sue conoscenze.

Negli ultimi anni, la progressiva affermazione della mentalità sportivo-commerciale ha fortemente contribuito a dilapidare la ricca eredità di cui il movimento si era appropriato con fatica.  Questa deriva la vediamo all’opera in diversi ambiti. In primo luogo nel deleterio mercimonio di cinture necessario a fidelizzare iscritti che non possono essere definiti allievi ma meri clienti. Se il processo che porta un allievo al passaggio di cintura è lungo e presuppone maturazione della coscienza di sé, consapevolezza dei propri mezzi e arricchimento culturale, la sua mancanza produce giovani karateki che si spacciano per maestri senza avere le nozioni minime sul passato dell’arte che stanno praticando e così rendono la tecnica insegnata del tutto sterile, perché priva di una storia e di una motivazione. In secondo luogo nella deriva sportiva della disciplina, che vuole fronteggiare la concorrenza degli sport da contatto ma che è soprattutto il prodotto della trasformazione da agonisti a maestri di tanti ex campioni. Meno ricchi di conoscenze tecniche dei loro maestri e meno disponibili a dedicare il proprio tempo allo studio della tradizione, limitano l’insegnamento al minimo necessario ad ottenere la vittoria o il piazzamento in gara, come se il karate sportivo avesse una sua autonomia rispetto dell’Arte Marziale. Ma il karate è uno, da prendere o lasciare tutto insieme, e se viene svuotato dei suoi contenuti fondamentali diventa un mero sport da contatto.   Questo discorso vale tanto per il kumite quanto per i kata e coinvolge anche i giudici di gara, che spesso e volentieri assurgono al ruolo non dopo anni di allenamento e di gara, cosa che gli permetterebbe di cogliere le differenze e valutare le difficoltà delle prove, ma con un breve corso di specializzazione. Per finire, se il fine è il commercio, non ci si può stupire che siano solo pochi maestri a voler far capire che il karate non è uno sport come un altro né il dojo un luogo di svago. Senza pretendere che tutti gli allievi diventino specialisti, considerando l’età, le difficoltà fisiche e psicologiche e i condizionamenti della vita quotidiana, il rispetto dovuto alla disciplina richiede che comunque si impegnino ogni giorno con serietà e partecipazione.  Certo, l’esempio deve venire dai maestri…..

 

 

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