Considerazioni propedeutiche sulla pratica del Karate

Il Saluto (Rei)

Karate-do wa rei ni hajimari, rei ni owaru koto wo wasuruna (G. Funakoshi)

(Non dimenticare che il karatedò inizia con il saluto e finisce con il saluto)

La parola chiave di questo primo principio è rei, il saluto. Ogni forma di karate, essendo un arte tradizionale, comincia e finisce con il saluto, inteso come segno di rispetto al sensei, al dojo, ed ai senpai gli allievi più anziani. Il rei non è solo un saluto ma un segno di rispetto, anzitutto verso se stessi, e quindi di riflesso verso gli altri. Infatti, se non ci si comporta correttamente con se stessi e se non si ha uno spirito puro e sincero, non si è in grado di possedere il rei, poichè espressione manifesta di uno spirito rispettoso.

Se un arte marziale non apre ogni sua forma con il rei, allora perde la sua integrità e diventa soltanto una rozza forma di violenza.

Il Karate è un’Arte

Nell’epoca della tecnologia, dove tutto è facilmente ottenibile è rimasto poco spazio per le arti che professano la rettitudine d’animo e la tenacia delo spirito. L’arte del karatedò è quasi del tutto sparita dalle scuole, che ormai cercano di forgiare atleti specializzati solo nelle gare a punti, che hanno come scopo finale non il raggiungimento della Via, ma il primo posto sul podio.

Anche il budò non trova più lo spazio nella vita moderna, in particolar modo in quelle occidentale, che mai è stata in grado di comprendere veramente l’essenza, dal momento che la sua concezione mentale e religiosa è del tutto discordante da quella orientale. Ormail di budò si sente comunemente parlare solo nei dorama (serie televisive in ambientazione storica) storici, che richiamano le gesta dei grandi guerrieri della storia giapponese, o più semplicemente, tentano di dare un immagine più chiara della figura del bushi, o del samurai, che tuttora tanto affascina anche il mondo occidentale. Così come il mondo dell’animazione o della musica riprone di continuo la figura del guerriero, che nonostante la modernità dei tempi, rimane comunque un ideale di integrità d’animo e solidità di valori. Attraverso i canali moderni, quindi, la figura del guerriero mantiene in vita la sua essenza, seppur si sia del tutto estinta nella vita reale.

Nelle odierne palestre di karate invece, Orientali o Occidentali che siano, si è completamente perso il valore di queste figure, così come il significato dei gradi della cintura, e di conseguenza il rispetto per i senpai ed i sensei.

Molto spesso ormani la cintura, e di conseguenza il livello di rilievo del dòjò, diventa un mezzo per convincere gli allievi più giovani a proseguire lo sport ed è piuttosto facile così trovare cinture nere ancora adolescenti, che a livello di esperienza e di tecnica nulla hanno a che vedere con i maestri che li hanno preceduti negli anni.

Anche lo studio dei kata e delle relative applicazioni è spesso lasciato al caso, se non del tutto assente, lasciando spazio sopratutto a tecniche utili per le competizioni ed accettate nell’albo arbitrale.

Molto spesso, sia gli allievi che molti karateka giovani che si spacciano per maestri, non hanno neanche le nozioni minime sul passato dell’arte che stanno praticando, rendendo ogni tacnica insegnata del tutto sterile, perchè priva di una storia e di una motivazione.

 

Le note sopra riportate sono tratte da La lunga via della Mano Vuota. La nascita del Karate-dò, di Giulia Valenti un allieva del Maestro Berengario

 

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Un allievo

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